domenica 12 luglio 2026

Bill Clinton, James Patterson – Il presidente è scomparso (trad. Luca Bernardi, ed. Longanesi)

La prima cosa che colpisce de "Il presidente è scomparso" non è soltanto la parentesi thriller in cui si muove la trama, ma la voce stessa dell’autore: Bill Clinton. Si sente l’esperienza di chi ha governato la più potente delle democrazie, il modo in cui i dettagli procedurali, le tensioni istituzionali e i piccoli gesti umani emergono dallo sfondo come rilievi di una mappa. L’idea centrale, un cyberattacco che potrebbe ridurre la nazione a uno stato di paralisi perché la vita quotidiana, le infrastrutture e le comunicazioni dipendono ormai da Internet, è tanto plausibile quanto inquietante. È un thriller che prende corpo dalla concretezza delle cose pratiche: server, reti, protocolli, ma anche dalle conseguenze personali e collettive di un blackout totale.

Il romanzo segue il modello del racconto ad alta tensione: un presidente, recentemente vedovo, si trova a dover prendere decisioni definitive sotto un incessante conto alla rovescia. Qui il riferimento non è solo cinematografico (penso ai film in cui l’eroe è costretto a correre contro il tempo), ma anche morale. Clinton mostra come le scelte dello Stato pesino sulle spalle di chi le prende; non sono soltanto mosse tattiche, ma atti che coinvolgono la memoria privata, il lutto, la stanchezza e la necessità di mantenere una dignità pubblica.

Lo stile, nella sua apparente semplicità, punta all’efficacia: frasi che vanno dritte al punto, dialoghi costruiti per rivelare più di quanto dicano esplicitamente, scene che scorrono rapide e nette. Il ritmo, infatti, è quello di un racconto che vuole tenerti seduto in bilico, ma non per abbaglio spettacolare: la tensione nasce dalla descrizione metodica di quello che può andare storto quando si spegne la rete che regge la vita moderna. Le conseguenze non sono solo tecnologiche ma sociali, economiche, esistenziali.

A chi si rivolge questo libro? A chi ama i thriller governativi, certo, ma anche a chi cerca una narrazione che mescoli esperienza politica, riflessione sui pericoli della dipendenza tecnologica e un ritratto umano del potere. Non si tratta di un’opera di alta letteratura, però è credibile; e la credibilità, in questo genere, conta molto più degli effetti speciali verbali. Il romanzo funziona quando riesce a farci provare, per un attimo, la solitudine decisionale di chi rappresenta un’intera nazione.

 

 

 

domenica 5 luglio 2026

Child Lee – Il passato non muore mai (trad. Adria Tissoni, ed. TEA)

  

Con Il passato non muore, Lee Child porta Jack Reacher in un territorio meno battuto: non soltanto un paesaggio geografico, ma soprattutto un luogo dell’anima. Stavolta il viaggio non scatta da un’indagine fortuita né da un incontro che s’incastra in una trama già pronta; nasce da una domanda privata, semplice e potente: chi è stato mio padre?

Reacher attraversa i luoghi dove il padre è nato e decide di fermarsi, di ricomporre una biografia che non appartiene più ai vivi. La scelta sorprende, perché quella figura di uomo solo e in movimento era sempre stata definita più dal presente che dalla memoria. Eppure qui, pagina dopo pagina, prende forma una curiosità che assume dignità narrativa: la ricerca delle origini come lente per leggere se stessi.

Come è naturale in una storia con Reacher, la calma apparente non dura. Quel pellegrinaggio personale si trasforma in indagine: tensioni, segreti, verità che emergono con la lente tagliente del thriller. Ma il motore del romanzo non è tanto il mistero quanto la scoperta. Il protagonista apprende aspetti del passato del padre che gli erano ignoti, e per paradosso non trova una figura estranea al suo sentire, ma elementi che danno senso a valori che già lo abitano: un sentimento di giustizia, un rigore morale, una idea di responsabilità che non sono più solo tratti individuali ma eredità.

Child mantiene il ritmo asciutto e la struttura efficiente della serie, ma aggiunge una piega intima: l’azione convive con il pensiero, la scena con il ricordo. Il passato non muore diventa così un romanzo sull’identità e sull’eredità, sulla domanda che prima o poi riguarda tutti noi — quanto di ciò che siamo è scelta e quanto è dono, o debito, della generazione che ci ha preceduto?

Per i lettori di lungo corso, il libro offre il raro piacere di vedere Reacher non solo agire ma anche spiegarsi, o farsi comprendere meglio. Per i nuovi venuti, è un buon punto di ingresso: mostra che sotto l’aspetto implacabile c’è una storia familiare che pesa e accompagna, e che talvolta la bussola più solida è quella che ereditiamo senza sapere.

 

 

domenica 28 giugno 2026

Maura Gancitano – Erotica dei sentimenti (ed. Einaudi)

  

Con "Erotica dei sentimenti. Per una nuova educazione sentimentale" Maura Gancitano offre un saggio breve ma denso che mette sul tavolo una domanda semplice e inquietante: perché sappiamo tanto di tutto tranne che di come vivere i rapporti? Non è un manuale di soluzioni. È, piuttosto, un invito a guardare dentro di noi con maggiore precisione.

L’"erotica" di Gancitano non è provocazione gratuita né mera sessualità: è la forza del desiderio, il modo in cui ci avviciniamo al mondo e agli altri. L’autrice rifiuta ricette morali e galatei emotivi e propone invece un attraversamento consapevole dei sentimenti. In un’epoca che chiede risposte alla violenza e al malessere relazionale, l’educazione proposta qui non normalizza: ci insegna a riconoscere, nominare e comprendere ciò che proviamo.

Il pregio del libro sta nella concretezza e nell’ampiezza di sguardo. Filosofia, letteratura e storia dialogano senza appesantire; i concetti diventano strumenti per leggere la vita quotidiana. Non troverete formule perfette, ma una mappa concettuale utile per pensare meglio le relazioni: più consapevolezza, meno automatismi.

Forse chi cerca confessioni intime o una narrazione personale troverà alcune pagine fredde o dense. Ma questo è anche il suo valore: non un consumo rapido, bensì un testo da meditare, capace di germinare domande che restano.

 

Frasi sottolineate

se vieni educato a credere di non poter piangere o soffrire per amore perché, ti è stato ripetuto fin dalla nascita, gli uomini non lo fanno, manipolerai inconsapevolmente le tue reazioni emotive per confermare quello che le persone intorno a te si aspettano. È vero che ognuno prova sensazioni ed emozioni in misura diversa, ma questo non ha a che fare con il genere, piuttosto con la varietà umana.

leggere significa attribuire sensi e significati, e questi hanno molto a che fare con la nostra cultura emozionale.

Simone de Beauvoir nella lettera del 1934 ... «La mia unica preoccupazione è insegnare loro a pensare, e non certo cosa pensare».

 

 

 

 

domenica 21 giugno 2026

Adharanand Finn - L’arte giapponese di correre (trad. Daniela Converso, Dade Fasic, Marlisa Santarone ed. Sperling & Kupfer)

   

"L'arte giapponese di correre" di Adharanand Finn è un'inchiesta attenta: perché un popolo che corre tanto e con disciplina non domina le lunghe distanze, ancora appannaggio di kenyani ed etiopi? Finn percorre il Giappone, corre con atleti di club scolastici e professionisti, osserva rituali, allenamenti e dinamiche sociali senza pretese risolutive.

Il cuore del libro è il confronto tra due culture della corsa. In Giappone la pratica è collettiva, quasi liturgica: allenamenti massivi, una disciplina che si trasmette nelle scuole e nei club, l'idea che la fatica sia un valore morale condiviso. Questo produce vasta partecipazione e ottimi risultati su distanze medio-brevi, ma non spiega il ritardo sulle maratone, dove emergono la capacità individuale di rischio e percorsi di formazione differenti che caratterizzano molti corridori africani.

Finn non cerca spiegazioni semplici. Emerge invece l'idea che la differenza sia multifattoriale: non solo genetica o altitudine, ma selezione dei talenti, modelli di allenamento, gestione delle carriere e incentivi sociali. Nei contesti africani la corsa può essere veicolo di mobilità individuale; in Giappone rimane inserita in un tessuto che premia l'armonia e la standardizzazione. Quella stessa coesione che forgia resistenza e disciplina può ostacolare la creatività necessaria per raggiungere l'eccellenza assoluta nelle ultradistanze.

 

Frasi sottolineate

“L’apprendimento continua. Una volta che ti sei laureato, non smetti di imparare. La prova dei mille giorni non è un percorso che porta a una meta ultima; la sfida, al contrario, è continuare, godere della vita e imparare cose nuove.”

 

domenica 14 giugno 2026

Gianfranco Giulivi – Potevamo vincere! (Ed. Sprint)

  

Una considerazione tecnica: merita l’autoedizione, ma una revisione va fatta: Potevamo vincere! è un lavoro notevole per i tempi e per le circostanze di pubblicazione: autoprodotto, con il coraggio di mettere sul tavolo un testo corposo, ricco di dati e nomi. Questo è già di per sé un merito, soprattutto in un panorama editoriale che spesso penalizza la stoffa documentaria quando non è accompagnata da una mano editoriale ferma. Tuttavia, la bozza avrebbe guadagnato una revisione più accurata: sembrano esserci errori di stampa e alcune scelte di impaginazione che possono distrarre il lettore dall’oggetto principale del libro. La voglia di offrire una sintesi completa della disfatta italiana è encomiabile, ma un lavoro di revisione più attento avrebbe potuto rendere la lettura più scorrevole e meno suscettibile a dubbi di affidabilità formale.

Analisi e merito: cosa andò storto nell’Italia della seconda guerra mondiale. Il libro si concentra sull’analisi delle difficoltà che attraversarono le tre Forze Armate italiane, evidenziando che, sul piano tecnico, potevano non mancare strutture e mezzi: la capacità operativa era presente, ma non bastò. Da qui parte l’indagine dell’autore su cosa non funzionò: errori, inadempienze, una tendenza a isolare singoli episodi senza una visione organica. L’impressione, soprattutto per chi legge con memoria storica, è che Mussolini volesse una guerra senza piena consapevolezza della realtà del nemico e dei contesti internazionali, affidandosi a una leadership che spesso non aveva le competenze richieste per i ruoli chiave. È una lettura che stimola riflessioni personali, ma che fa anche emergere la necessità di fonti chiare e citazioni robuste.

La lettura lascia una sensazione tagliente: “il pesce puzza dalla testa” è una metafora persuasiva, ma va maneggiata con cautela in una trattazione che mette in campo nomi e responsabilità. L’analisi è impietosa verso le forze armate italiane durante la seconda guerra mondiale, ma la domanda centrale resta: cosa avrebbe potuto cambiare se ci fosse stata una sinergia tra comando, risorse e obiettivi chiari? Il libro invita a interrogarsi su temi come il coordinamento tra le forze, la funzione della propaganda, e la volontà di seguire o meno linee guida straniere.


Frasi sottolineate

Era la classica decisione della dirigenza all’italiana: “non prendere mai alcuna decisione (anche se sei pagato per questo), poiché il 50% delle situazioni si risolvono da sole; per il restante 50%, hai il 50% delle possibilità di sbagliare; quindi hai solo il 25 % delle possibilità positive: NON DECIDERE!”

 

 

domenica 7 giugno 2026

Chiara Galeazzi – Merdoni. Perché commentare online è una pessima idea (ed. Blackie)

  

"Merdoni. Perché commentare online è una pessima idea" di Chiara Galeazzi è un piccolo saggio d’inchiesta che si muove sul crinale tra etnografia digitale e diario personale. L’autrice parte da una domanda semplice e attuale: cosa succede quando una persona cerca di capire il mondo dei social, e in particolare di X, non restando spettatrice ma immergendosi nel flusso dei commenti?

Il valore del libro sta nella scelta metodologica: Galeazzi adotta una versione moderna del partecipante-osservatore, richiamando per vie contemporanee il procedimento di Malinowski. Non studia i commenti come fossili di testo, ma come atti comunicativi vivi, inserendosi nella rete con la disponibilità a farsi coinvolgere. Questa decisione trasforma il progetto: il diario dell’esperimento convive con l’analisi, e il lettore vede nascere sullo sfondo una questione etica e antropologica sul rapporto tra identità, anonimato e responsabilità.

Lo stile è diretto, asciutto, misurato. L’autrice non cerca facili indignazioni né spettacolo: registra, descrive e lascia che siano i dati — conversazioni, insulti, richieste di aiuto mascherate da sarcasmo — a mostrare la portata del fenomeno. Il libro non pretende soluzioni radicali; piuttosto invita a una riflessione lucida sul costo personale dell’esposizione e sulla facilitazione della cattiveria quando il dialogo perde i suoi vincoli sociali ordinari.

Elemento centrale è la trasformazione soggettiva. Galeazzi entra nei commenti come persona tranquilla e curiosa e, progressivamente, emerge la metamorfosi: la rete non è neutra, plasma i modi di fare e di sentire. Il processo non viene narrato con enfasi melodrammatica, ma con una misura che coglie la perdita di innocenza e la nascita di un “altro” — un luogo comune digitale che può annebbiare la responsabilità individuale.

Il libro funziona come monito e cronaca. È utile sia al lettore interessato alle dinamiche social sia a chi pratica la comunicazione online. Pur breve, offre spunti concreti per riflettere sul rapporto tra partecipazione e distanza critica, suggerendo che capire il mondo dei social richiede più che osservazione: richiede prudenza, metodo e consapevolezza delle proprie trasformazioni interiori.

Frase sottolineata

Cercare di «far cambiare idea» o di «convincere» qualcuno della bontà di un argomento è inutile, perché ci sarà sempre qualcun altro a darti ragione o a spostare l’attenzione su altro.

 

Merdoni. Perchè commentare online è una pessima idea - Chiara Galeazzi - ebook 

domenica 17 maggio 2026

Antonio Manzini – Vecchie conoscenze (ed. Sellerio)

C'è un momento, nei romanzi di Antonio Manzini, in cui smetti di seguire l'indagine e cominci a seguire l'uomo. È un passaggio quasi impercettibile, come il punto in cui il mare diventa oceano senza che tu possa indicarlo sulla carta. Con Vecchie conoscenze, quel passaggio arriva presto, e non ti lascia più.

Al centro, formalmente, c'è un delitto. La vittima è una studiosa di Leonardo, donna di sapere e di silenzi, e la sua morte porta con sé l'eleganza fredda dei misteri che non vogliono essere risolti. Manzini costruisce il caso con la consueta abilità artigiana: i sospettati si moltiplicano, le piste si aprono e si chiudono senza concedere certezze, e il lettore si ritrova a navigare in un'indagine che ha la forma del labirinto e la luce fioca di una lampada ad olio.

Ma sarebbe un errore ridurre questo libro all'omicidio della leonardologa. La vera architettura narrativa si regge su tre pilastri, e l'omicidio è forse il meno interessante dei tre. C'è Deruta, e la sua scelta, quella che rimanda e rimanda e infine non può più essere rimandata. Manzini tratta il tema con una delicatezza rara nell'Italia letteraria, senza indulgere né nella retorica progressista né nel voyeurismo emotivo: lascia che il personaggio respiri, che abbia paura, che scelga. È scrittura che rispetta chi legge e chi viene letto.

E poi c'è il terzo pilastro, il più pesante: Roma. Il passato di Rocco Schiavone che ritorna non annunciato, non addomesticato, non redento. Le vecchie conoscenze del titolo arrivano come arriva il passato quando è davvero passato: di notte, senza bussare, lasciando tracce che non sai come spiegare ai vicini. Quello che ne consegue, non dirò cosa, perché certi libri meritano di essere scoperti, non raccontati, lascia Rocco ancora più solo di come lo avevamo trovato. E in questa solitudine non c'è patetismo, c'è verità.

Manzini scrive con quella precisione apparentemente distratta che è la firma dei narratori che sanno davvero il fatto loro. Le montagne valdostane sono ancora lì, ostili e necessarie, il freddo è ancora un personaggio, le ossessioni di Schiavone: le canne, gli amici di Roma, sono ancora il suo sistema nervoso. Ma in questo episodio qualcosa si è incrinato ulteriormente, e quella crepa è la cosa più onesta che l'autore potesse offrirci.

Si legge in apnea. Si chiude con la sensazione di aver perso qualcosa che non si riesce a nominare. Il che, per un romanzo, è il massimo dei complimenti.