C’è una scena, all’inizio de “L’appello”, in cui un uomo con gli occhiali scuri entra in una classe di quinta liceo e invece di dire «presente» chiede a ogni ragazzo: «Chi sei?». Non è un espediente retorico: è il cuore pulsante di un romanzo che, letto con la giusta disposizione, fa tremare le mani. Alessandro D’Avenia, già noto per la sua capacità di coniugare narrazione e riflessione esistenziale, qui compie un salto ulteriore: trasforma il gesto più burocratico della scuola, l’appello, in un rito di riconoscimento umano.
Omero Romeo, il nome non è casuale, è un professore di scienze diventato cieco. Decide di tornare a insegnare e gli viene affidata una classe “difficile”: dieci ragazzi feriti dalle loro vite, con sogni sbiaditi o distrutti, ognuno con una storia che pesa come un macigno. C’è Elena, che porta il nome della bellezza ma non si riconosce allo specchio; Cesare, detto Ruggine, che parla in rap poetico; Achille, genio del computer, un nerd anche nella fisionomia; Stella, segnata dalla morte precoce del padre; Oscar, che respira solo sul ring; Caterina, Elisa, Ettore, Mattia, Aurora, ciascuno con la propria ferita e la propria luce.
Omero non può vedere i loro volti, così reinventa l’appello: ogni studente pronuncia il proprio nome e racconta cosa lo definisce, qual è il suo orizzonte. Poi si lascia toccare il volto dal professore. È un atto di fiducia radicale: mettersi nelle mani di un altro, letteralmente. Questo rito si ripete durante tutto l’anno scolastico, accompagnando l’evoluzione interiore dei ragazzi mentre si avvicinano all’esame di maturità.
La prosa è limpida, a tratti quasi lirica, ma mai compiaciuta. Alterna diario, meditazione filosofica, allegoria politico-sociale e storia di formazione, creando un mosaico narrativo che riflette la frammentarietà delle vite adolescenziali. La scelta di un narratore cieco non è un espediente melodrammatico: è una dichiarazione di metodo. Omero non giudica dall’apparenza, non si lascia ingannare dalle maschere. Ascolta le voci, percepisce i silenzi, tocca i volti. In questo senso, la cecità diventa metafora di una visione più profonda: quella che non si ferma alla superficie, ma cerca la verità nascosta nel corpo, nei sogni, nelle parole.
In un’epoca in cui i nomi sono ridotti a username, profili social, dati anagrafici, “L’appello” è un atto di resistenza poetica. Ricorda che ogni nome porta con sé una storia, una ferita, una speranza. E che chiamare qualcuno per nome, davvero, è già un atto d’amore.
“L’appello” non è un romanzo da leggere per evadere: è un libro che ti chiede di entrare in classe, di sederti al banco, di pronunciare il tuo nome. Ti costringe a chiederti: chi sono io, al di là delle etichette? Cosa mi definisce?
In un tempo in cui la scuola è spesso ridotta a fabbrica di competenze, D’Avenia ci ricorda che educare significa prima di tutto riconoscere. E che ogni nome, pronunciato con attenzione, è un appello alla vita.
Se cercate un libro che non vi lasci indifferenti, che vi scuota senza urlare, che vi faccia venire voglia di tornare a scuola, o di inventarne una nuova, questo è il libro che fa per voi.
Frasi sottolineate
La vista è sopravvalutata: gli occhi finiscono per non vedere ciò che vedono sempre, più vedono e meno guardano.
… la disciplina non è qualcosa che io devo ottenere, piuttosto un’abitudine che i vostri figli hanno appreso a casa in questi 18 e più anni di vita. Dipende molto poco da me; se hanno imparato a non imbrogliare, a non fare i furbi, a rispettare le regole non ci sarà alcun problema.