domenica 4 ottobre 2026

La misura della nostra umanità


 Ci sono libri che si leggono e si dimenticano, e libri che restano addosso come una domanda a cui non si riesce a rispondere del tutto. La peste di Albert Camus (trad. Yasmina Mélaouah - ed. Bompiani, Pantheon) appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Pubblicato nel 1947, è un romanzo che parla di un’epidemia, certo, ma soprattutto della decenza, della paura, della responsabilità e della fragile, ostinata necessità di fare il proprio dovere quando tutto il resto sembra crollare. 

Orano, città algerina affacciata sul Mediterraneo, vive una quotidianità ordinaria, quasi indifferente. Poi i ratti cominciano a morire per le strade e, poco dopo, si diffonde una malattia che le autorità tardano a riconoscere per ciò che è. Quando la peste viene finalmente dichiarata, la città viene chiusa: niente entrate, niente uscite, contatti sospesi, futuri rimandati.

Non svelerò come si evolve l’epidemia né come si chiude il racconto. Direi soltanto che la forza del libro non sta nel mistero, ma nell’attesa: nella lenta trasformazione di una città in un luogo assediato, dove il tempo cambia natura e ogni gesto quotidiano acquista un peso inatteso.

Leggere La peste dopo il Covid è un’esperienza inquietante, quasi vertiginosa. Camus descrive la chiusura forzata di una città, la separazione dagli affetti, la lunghezza insopportabile delle giornate, il bisogno di notizie, la tentazione di negare l’evidenza, la fatica di mantenere un minimo di solidarietà quando la paura diventa collettiva. Tutto ciò che abbiamo vissuto, o che abbiamo visto vivere agli altri, era già lì, scritto con una precisione che fa impressione.

C’è però una differenza decisiva: allora non c’era internet. Non c’erano social network capaci di trasformare il dubbio in teoria del complotto, la rabbia in polarizzazione, l’ignoranza in movimento organizzato. Camus racconta essenzialmente l’isolamento, il lutto e la resistenza; noi abbiamo conosciuto anche la circolazione istantanea della menzogna. E forse proprio per questo il romanzo oggi non sembra soltanto profetico: sembra una lezione incompiuta.

La peste è il male in senso più ampio: la morte, l’ingiustizia, la violenza, l’indifferenza, tutto ciò che può entrare in una comunità e trasformarla. Camus non offre consolazioni religiose né soluzioni politiche facili. Propone qualcosa di più modesto e più difficile: la responsabilità concreta, il lavoro comune, la scelta di restare umani.

La peste non è un romanzo leggero, né particolarmente rapido. Chi cerca colpi di scena, psicologie smorzate o una trama fitta di colpi di scena potrebbe trovarlo talvolta lento, persino austero. Ma quella lentezza è voluta: è il ritmo della quarantena, dell’attesa, della malattia, della storia che avanza senza chiedere il nostro consenso.

Il libro ci ricorda che le crisi non rivelano soltanto le istituzioni: rivelano le persone. Perché ci obbliga a distinguere tra la paura, legittima, e la resa, che non lo è. E perché, in un’epoca in cui la verità stessa rischia di ammalarsi, ci consegna un’idea semplice e difficile insieme: resistere non significa essere eroi, significa fare la propria parte.

La peste è un grande romanzo non perché preveda il futuro, ma perché conosce già da tempo l’animo umano.

 

domenica 27 settembre 2026

Quando le parole smettono di dire

  

Giuseppe Culicchia – E finsero felici e contenti (ed. Feltrinelli)

 

 Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, mentre la raccontano, provano a capire in quale lingua stiamo vivendo. E finsero felici e contenti di Giuseppe Culicchia appartiene alla seconda categoria. È un libro che parte dalle inquietudini e dalle contraddizioni della contemporaneità, ma finisce per interrogare qualcosa di più profondo: il modo in cui le parole descrivono la realtà, la deformano o, più semplicemente, la rendono imcoerente.

Il titolo contiene già una promessa ambigua. Richiama la formula rassicurante delle fiabe, quel “e vissero felici e contenti” che chiude ogni conflitto e consegna al lettore un mondo finalmente ordinato. Ma qui quella formula viene incrinata. La felicità non è un approdo garantito, il lieto fine non è una certezza narrativa e il verbo “finsero” introduce subito una distanza tra ciò che appare e ciò che è. Dietro la superficie delle dichiarazioni, delle convenzioni e delle frasi prefabbricate, resta una domanda: quanto della nostra vita è autentico e quanto, invece, è una rappresentazione che continuiamo a sostenere per abitudine o per necessità?

Una lingua viva cambia, accoglie termini nuovi e si adatta a esperienze inedite. Il problema nasce quando il cambiamento diventa un alibi, quando la novità lessicale sostituisce la precisione e la complessità viene semplificata in uno slogan. In quel caso il linguaggio non amplia il pensiero: lo restringe.

Culicchia mette in discussione la recita del “vissero felici e contenti” senza proporre una morale alternativa altrettanto rigida. Non dice che ogni felicità sia falsa, né che ogni convenzione debba essere respinta. Suggerisce piuttosto di osservare con maggiore attenzione il confine tra ciò che proviamo e ciò che dichiariamo di provare. In quel confine si trova una parte essenziale della nostra libertà.

E finsero felici e contenti è un libro stimolante perché non si limita a raccontare le parole: chiede al lettore di verificare il proprio rapporto con loro, con le aspettative, la forza sta nella capacità di trasformare termini quotidiani in occasioni di riflessione. Culicchia non vuole soltanto intrattenere, vuole mettere il lettore nella condizione di sospettare delle parole troppo facili e delle conclusioni troppo ordinate.

 

domenica 20 settembre 2026

Daniel Pennac - Una lezione d’ignoranza (trad. Yasmina Melaouah, ed. Astoria)

  

C’è una voce, dentro ognuno di noi, che sussurra: “Non sei abbastanza”. È la voce del cattivo allievo, del somaro, di chi è stato etichettato come “ignorante” e ha finito per crederci. Daniel Pennac, in Una lezione d’ignoranza, dà a quella voce un nome, un volto, e poi la zittisce con la forza disarmante di chi ha trasformato la propria ignoranza in pedagogia. Questo libretto, nasce dalla lectio magistralis per la laurea ad honorem conferita dall’Università di Bologna nel 2013 proprio all'autore. È un atto d’amore verso la lettura, verso la scuola, verso tutti coloro che hanno avuto paura di fallire e si sono sentiti soli.

Non c’è una trama nel senso tradizionale del termine, ma c’è un arco narrativo potentissimo: quello di un uomo che riceve un onore accademico e, invece di ringraziare, si interroga. “Ma no, è troppo, non dovevano!”, pensa Pennac. La voce che protesta non è quella dello scrittore celebre, ma del bambino che era sempre tra gli ultimi della classe. Da quel senso di inadeguatezza nasce un ragionamento a spirale: il fallimento scolastico come catena di cause ed effetti (paura dell’errore, vergogna, solitudine mentale), la contrapposizione tra pedagoghi e demagoghi, tra guardiani del tempio e passeur, fino all’elogio della lettura come atto di libertà e di consolazione.

Pennac non racconta una storia: racconta una trasformazione. La sua. Quella di un “ignorante” diventato maestro non perché sa tutto, ma perché ha imparato a trasmettere il desiderio di sapere. E lo fa con una struttura che sembra semplice, cinque capitoli tematici, ma che in realtà è un’architettura narrativa sapiente: ogni sezione è un tassello di un mosaico più grande, un invito a riflettere sul ruolo della scuola, della letteratura, della cultura in un’epoca in cui il sapere è spesso ridotto a merce o a bastone per punire chi non si adegua.

Pennac scrive come parla. O meglio: scrive come vorrebbe che gli insegnanti parlassero ai loro studenti. La sua prosa è asciutta, ironica, a tratti autoironica, mai accademica. Non ci sono giri di parole, non ci sono citazioni ostentate, non c’è la retorica del “grande intellettuale”. C’è la voce di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l’umiliazione del fallimento e che ora usa quella memoria per accendere una scintilla.

La capacità narrativa dell’autore, già sperimentata nei romanzi della saga Malaussène e in altri testi, qui si manifesta in forma concentrata. Pennac sa dosare i toni: passa dal comico al tragico, dall’autobiografia alla riflessione pedagogica, senza mai perdere il filo. Usa metafore potenti (il “guardiano del tempio”, il “passeur”, la lettura come “farmaco” contro la solitudine) e le rende concrete, quasi tattili. La sua scrittura non chiede di essere ammirata: chiede di essere ascoltata. E, una volta ascoltata, non si dimentica.

Una lezione d’ignoranza non è solo un discorso su scuola e lettura. È un manifesto contro la demagogia, contro la trasformazione degli studenti in “clienti”, contro la cultura ridotta a proprietà privata dei “guardiani del tempio”. Pennac si inserisce in un dibattito più ampio, quello sulla crisi della scuola, sulla mercificazione del sapere, sulla perdita di autorità degli intellettuali, ma lo fa senza toni da crociata. La sua non è una denuncia sterile: è una proposta. Una chiamata alle armi per tutti coloro che vogliono essere “passeur”: curiosi di tutto, lettori voraci, trasmettitori disinteressati del meglio.

Leggere Una lezione d’ignoranza significa lasciarsi interpellare. Significa chiedersi: cosa significa davvero insegnare? Cosa significa leggere? Cosa significa trasmettere? Pennac non dà risposte definitive: offre la sua esperienza, la sua voce, la sua verità. E lascia che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni.

 

 

domenica 13 settembre 2026

Marina Viola – Il volo del tacchino (ed. Ponte alle Grazie)

C’è un momento, nella vita di ogni genitore, in cui ci si accorge che il futuro non è una linea retta tracciata in anticipo, ma un sentiero che si apre solo camminando. Nel caso di Marina Viola, quel momento non è uno: sono migliaia, spalmati su quasi trent’anni di maternità “fuori schema”. Il suo “Il volo del tacchino” (Ponte alle Grazie) non è solo un libro: è un atto di resistenza narrativa contro i luoghi comuni sulla disabilità, un resoconto intimo e coraggioso di come l’amore possa diventare progetto, e come il distacco, quello vero, fisico, quotidiano, possa essere la forma più alta di vicinanza.

Una storia che ribalta le previsioni

La trama, nella sua essenza, è semplice e insieme rivoluzionaria. Marina racconta la crescita di Luca, affettuosamente chiamato Shmoo, un ragazzo con autismo a basso funzionamento, sindrome di Down e crisi epilettiche. Fin dall’inizio, le coordinate della genitorialità “standard” saltano: tempi diversi, linguaggi da inventare, crisi da gestire, conquiste da celebrare come fossero vittorie olimpiche. Luca cresce sereno, circondato d’amore, sviluppando passioni travolgenti (la musica, gli Oreo) e una capacità sorprendente di smentire ogni previsione.

Poi arriva l’età adulta. E con essa, una decisione che per molte famiglie resta un sogno irrealizzabile o non accetata: portare Luca in una struttura, non più sotto lo sguardo costante dei genitori, ma in una casa di accoglienza a Boston, condivisa con altri quattro ragazzi e gli operatori. Un centro dove sperimentare una vita autonoma, fatta di routine e libertà, di diritti conquistati e di spazi riconquistati anche dai genitori, che tornano a cenare fuori, a respirare il silenzio di una casa improvvisamente diversa.

Marina Viola scrive con la precisione di chi ha dovuto imparare a osservare il mondo da un’angolatura nuova. La sua prosa è attraversata da un’ironia sottile che non sminuisce la fatica, ma la rende raccontabile. Non ci sono eroismi gridati, né vittimismo: c’è la verità nuda di una madre che ha accompagnato suo figlio verso l’autonomia e che, in quel distacco, ha trovato una nuova forma di amore.

Il volo del tacchino non è solo una storia personale. È un manifesto implicito per un cambio di paradigma: le persone neurodivergenti non sono “da scartare”, ma da accompagnare verso forme di autonomia possibili, anche quando sembrano impossibili. Il libro si inserisce in un dibattito più ampio, quello sui diritti, sull’inclusione, sul “dopo di noi”, ma lo fa senza toni da pamphlet. Marina non vuole convincere: vuole testimoniare. E lo fa con una trasparenza disarmante, ammettendo paure, errori, momenti di cedimento, ma anche la gioia pura di vedere Luca volare con le sue ali.

Il titolo stesso, Il volo del tacchino, è una metafora potente: il tacchino, animale goffo, terrestre, incapace di voli elevati, che invece spicca il volo. È l’immagine di un’ascesa contro ogni previsione, di un’autonomia conquistata passo dopo passo, contro ogni statistica, ogni prognosi, ogni aspettativa sociale.

Una valutazione equilibrata.

Qualcuno potrebbe obiettare che la prospettiva è inevitabilmente parziale: è il punto di vista di una madre, colta, residente negli USA, con risorse economiche e culturali non comuni. È vero. Ma è anche vero che questa parzialità non sminuisce il valore universale del messaggio: l’autonomia è possibile, anche quando sembra un miraggio. E che il distacco, se preparato con amore non è abbandono, ma passaggio di testimone.

Leggere Il volo del tacchino significa lasciarsi interpellare. Significa chiedersi: cosa significa davvero amare? Cosa significa lasciare andare? Cosa significa costruire un futuro per qualcuno che il mondo spesso considera “senza futuro”? Marina non dà risposte definitive: offre la sua esperienza, la sua voce, la sua verità. E lascia che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni.

In un’epoca in cui tutto è spettacolarizzato, anche il dolore, questo libro è un atto di sobrietà narrativa. Non urla, non supplica, non si lamenta. Racconta. E in quel raccontare, costruisce un ponte tra chi ha vissuto esperienze simili e chi non le ha mai immaginate. Tra chi ha paura del “dopo” e chi quel “dopo” l’ha già costruito, mattone dopo mattone.

 

 

domenica 6 settembre 2026

Julia Cameron – La via dell’artista (trad. Martina Ghiazza, ed. Longanesi)

  

Di tutte le ferite che un essere umano può portare con sé, forse la più silenziosa è quella inferta alla propria creatività. Julia Cameron, in La via dell'artista, non si limita a descriverla: offre un metodo per guarirla. Il libro, pur essendo datato, è un classico del self-help creativo

Non è un romanzo, né un saggio tradizionale. È un percorso strutturato in dodici settimane, concepito come un corso di recupero creativo. Cameron parte da un'assunzione fondamentale: tutti nasciamo artisti, ma qualcosa, educazione, pressioni sociali, fallimenti, ha spento quella vena.

Settimana dopo settimana, il lettore viene guidato attraverso temi specifici: sicurezza, identità, potere, integrità, possibilità. Ogni capitolo combina riflessioni, esercizi pratici e testimonianze di chi ha seguito il metodo. Non c'è una trama narrativa, ma un percorso preciso: dal blocco alla liberazione, dalla paura alla fiducia.

La struttura è chiara: lettura riflessiva, esercizi da svolgere, strumenti da applicare. Cameron promette un percorso. Chi lo segue con costanza, chi non salta gli esercizi, chi si mette in gioco, quasi sempre ne trae beneficio.

Tre le pratiche fondamentali:

  • Morning Pages: tre pagine di scrittura libera, al mattino, appena svegli. Niente filtri, niente giudizio. Si scrive tutto ciò che passa per la testa, anche se sembra senza senso. Lo scopo è liberare la mente dal chiacchiericcio interno e fare spazio alla creatività.

  • Artist Date: un appuntamento settimanale con se stessi, dedicato a nutrire la vena artistica. Una visita a un museo, una passeggiata in un mercato dell'usato, un'ora in libreria. L'importante è che sia solitario, giocoso, ispirante.

  • Esercizi settimanali: al termine di ogni capitolo, attività mirate a esplorare blocchi specifici, ricordare sogni d'infanzia, confrontarsi con le proprie paure, pianificare piccoli passi concreti verso la creatività.

Questi esercizi non sono accessori ma il motore del libro.

Cameron scrive con un tono confidenziale. Non c'è distacco accademico, né freddezza da manuale. La sua voce è quella di qualcuno che ha percorso la stessa strada e ora tende la mano.

Lo stile è accessibile, a volte volutamente semplice. Ricorre spesso a ripetizioni, a frasi che tornano come mantra, il messaggio deve entrare, deve sedimentare, deve diventare convinzione.

La narrazione è arricchita da aneddoti, testimonianze, esempi concreti. Cameron non parla solo di sé: porta voci di pittori, scrittori, musicisti, persone comuni che hanno ritrovato la propria creatività grazie al metodo.

Un punto di forza: l'accessibilità. Non serve essere artisti professionisti, né avere talenti eccezionali. Cameron parla a tutti: a chi dipinge, a chi scrive, a chi canta, ma anche a chi semplicemente vuole vivere in modo più creativo, più autentico.

I limiti? Il libro è lungo, a tratti ripetitivo. Alcune sezioni potrebbero essere condensate senza perdere efficacia. Il tono a volte enfatico, quasi da predicazione, può stancare.

C'è anche un aspetto culturale da considerare: il libro è profondamente americano. L'ottimismo, la fiducia nel cambiamento, l'idea che tutto sia possibile con il giusto atteggiamento, tutto questo può suonare estraneo a un lettore europeo, più abituato al dubbio, alla complessità, alla sfumatura.

Forse il vero valore di questo libro sta non nel promettere capolavori, ma nel restituire dignità al gesto creativo, anche nel suo aspetto più umile, più quotidiano. Scrivere tre pagine al mattino, fare una passeggiata da soli, ricordare un sogno d'infanzia: gesti semplici, ma capaci di aprire porte che credevamo chiuse per sempre.

 

domenica 30 agosto 2026

Stefano Rossi . Mio figlio è un casino (ed. Universale Economica Feltrinelli)

  

C’è un momento, nella vita di ogni genitore, in cui il figlio smette di essere quel bambino docile e diventa una tempesta emotiva ambulante. Stefano Rossi lo sa bene: in “Mio figlio è un casino” non offre ricette magiche, ma una mappa per navigare quel mare in burrasca.

Il libro non è un romanzo, ma un manuale vivo, popolato di storie vere, casi concreti, dialoghi che sembrano usciti dalla tua cucina alle sette di sera, quando tutto sembra sfuggire di mano. Psicopedagogista con anni di esperienza sul campo, Rossi racconta di genitori spaesati e di figli che urlano, chiudono, sfidano. E lo fa con una voce che non giudica, ma accompagna.

Non promette miracoli, perché sa che non esistono. Promette invece strumenti: comunicazione empatica, accettazione vera, riparo emotivo.

Alterna casi concreti a riflessioni, come chi presenta prove e poi le commenta con calma. Ma non c’è freddezza, c’è partecipazione. Ogni pagina trasuda empatia, come se l’autore fosse lì, seduto al tuo tavolo, a dirti: “Ce la puoi fare”.

Il libro non è solo una guida pratica. È un invito a riflettere sul senso dell’educazione. Rossi smonta il mito del genitore perfetto e lo sostituisce con quello del genitore presente, imperfetto ma vero.

“Mio figlio è un casino” non è un libro perfetto. A volte la ripetizione di certi concetti può stancare, e qualche caso concreto sembra più un esempio da manuale che una storia vera. Ma questi difetti sono marginali rispetto alla forza del messaggio: educare non è domare, è accompagnare.

È un libro che parla di noi, della nostra casa, delle nostre battaglie quotidiane, un libro che dice cosa fare, ma il perché e ci ricorda il senso di ciò che facciamo.

 

 

Frasi sottolineate

“Non dire mai un sì a qualcuno se questo rappresenta un no a te stesso. Hai il diritto di opporti alle ingiustizie”

 

domenica 23 agosto 2026

Scuola di Barbiana - Lettera a un professoressa (ed. Mondadori)

  

C’è una rabbia fredda, quasi chirurgica, che attraversa queste pagine. Non è la rabbia di chi urla, ma di chi ha contato, misurato, annotato. È la rabbia di chi ha scoperto che la scuola, quella che dovrebbe essere un ascensore sociale, in realtà è un filtro che respinge i più poveri verso il basso.

Pubblicata nel 1967 dagli alunni di don Lorenzo Milani a Barbiana, Lettera a una professoressa nasce come denuncia collettiva: la scuola italiana degli anni Sessanta selezionava per classe sociale, non per merito. I figli dei poveri venivano bocciati; i ricchi avevano ripetizioni e famiglie che li sostenevano. Il libro non è un romanzo, ma una lettera-atto d’accusa: stile asciutto, dati precisi, voce corale. Gli alunni non si limitano a criticare: propongono una scuola che non selezioni, ma che porti tutti allo stesso livello, dieci ore di studio al giorno, nessuno lasciato indietro.

Ho letto il libro. Ed è difficile essere d’accordo con quanto scritto, e altrettanto difficile contestarlo. La parte statistica sull’influenza del ceto sociale è inattaccabile: ancora oggi chi ha più cultura in famiglia riesce meglio negli studi. Su questo, sessant’anni dopo, poco è cambiato. Ma la tesi che la scuola non offra le stesse possibilità a tutti mi trova meno convinto. La scuola prova a portare avanti tutti: con molti ci riesce, con altri un po’ meno. Non è perfetta, ma non è nemmeno il muro di gomma che descrivono gli autori di Barbiana.

Stesso discorso per i docenti: ci sono insegnanti eccezionali e insegnanti mediocri. Come in ogni professione. La critica alla categoria nel suo complesso rischia di essere eccessiva, anche se è vero che l’indifferenza di alcuni insegnanti ha segnato, e segna, la vita di molti ragazzi.

Eppure, il libro resta uno specchio che ci costringe a guardare in faccia le nostre ipocrisie. Le disuguaglianze persistono. Quando leggiamo che “la scuola non è per tutti”, dobbiamo chiederci: è ancora vero? E se sì, cosa stiamo facendo per cambiarlo?

Perché leggerlo oggi? Perché fa arrabbiare. Perché costringe a pensare. Perché ci ricorda che la scuola non è neutrale: o emancipa, o esclude. E perché, in un’epoca in cui si parla tanto di “merito”, ci obbliga a chiederci: merito di cosa? E per chi?

Una lettura necessaria, anche se non tutte le sue tesi reggono il peso del tempo.