Immaginate un dispositivo capace di entrare nei ricordi, di far tornare il passato presente per un istante, abbastanza da vedere ciò che la coscienza ha rimosso o non ha registrato. Un arnese da polizia scientifica, direste. E ora immaginate che il testimone non sia una persona, ma un gatto. Non un metaforico “gatto”, uno vero. Con le zampe, la coda, l’indifferenza tipica della specie. Ecco, su questo crinale sottile tra fantascienza, giallo e crescita interiore si muove Il mio gatto ha visto l’assassino di Davide Morosinotto (ed. Mondadori).
Carla è una ragazza che vive con gli zii a Bologna, dopo un passato che preferisce non ricordare. Un giorno torna a casa e trova il suo gatto, Cucco, stranamente agitato: ha le zampe bagnate, lascia impronte sospette. Poco dopo irrompono due agenti in divisa ma senza distintivo, la caricano su un’auto insieme al gatto e la portano al centro di un’indagine per omicidio.
Qualcuno ha ucciso un criminale internazionale, in modo quasi perfetto: niente tracce, niente filmati utili. L’unico testimone è Cucco, capitato lì per caso. La polizia dispone di una tecnologia segreta che permette di “entrare” nei ricordi di un soggetto per rivivere il delitto e scoprire l’assassino. Il problema è che il soggetto è un gatto, che non ha alcuna intenzione di collaborare, e che la sua padrona, Carla, è tutt’altro che malleabile.
Accanto a lei c’è Matteo, il suo fidanzato, e insieme ai due poliziotti, tra cui spicca la figura di Carla, che da “testimone esterna” diventa parte attiva, si lanciano in un’avventura per capire chi ha ucciso e perché.
Morosinotto scrive con una leggerezza apparente, tipica della narrativa per ragazzi della collana “Ossigeno” di Mondadori, ma sotto questa superficie scorre una corrente più densa. Il registro è diretto, i dialoghi sono serrati, le scene si susseguono con ritmo da thriller. Non ci sono fronzoli, non ci sono pause inutili: ogni capitolo spinge avanti la trama, come in un’indagine in cui il tempo è sempre poco.
La scelta di mettere al centro un gatto non è solo un espediente originale: è una mossa narrativa che costringe il lettore a cambiare punto di vista. Non vediamo il mondo con gli occhi di un investigatore adulto e razionale, ma attraverso la percezione frammentaria, sensoriale, istintiva di un animale. Morosinotto gioca su questo scarto: da un lato la tecnologia, dall’altro la logica del gatto, fatta di odori, movimenti, presenze.
Dietro l’intreccio giallo-fantascientifico, il libro parla di memoria e di come ci definiamo attraverso ciò che ricordiamo, e ciò che scegliamo di dimenticare. C’è poi il tema della responsabilità: chi ha il diritto di entrare nella mente, o nei ricordi, di un altro essere vivente, anche se è un gatto? La polizia lo fa per necessità investigativa, ma il confine etico è sottile. Infine, c’è la crescita: Carla, da ragazza che subisce gli eventi, diventa gradualmente protagonista della propria storia. Non è solo una questione di risolvere un caso, ma di prendere posizione, di scegliere da che parte stare.
Morosinotto ha scritto un libro che vuole prima di tutto intrattenere: la trama è avvincente, i colpi di scena ci sono, il ritmo tiene incollati. Ma non si ferma qui. Dietro l’avventura c’è una riflessione sul valore della verità, sulla complessità della memoria, sulla responsabilità individuale e collettiva.
Alla fine, la domanda che resta è: quanto siamo disposti a fidarci di ciò che vediamo, o crediamo di vedere, nei ricordi altrui? E quanto, invece, dovremmo imparare a fidarci di chi, come un gatto, osserva il mondo senza filtri, senza giustificazioni, senza menzogne?