domenica 30 agosto 2026

Stefano Rossi . Mio figlio è un casino (ed. Universale Economica Feltrinelli)

  

C’è un momento, nella vita di ogni genitore, in cui il figlio smette di essere quel bambino docile e diventa una tempesta emotiva ambulante. Stefano Rossi lo sa bene: in “Mio figlio è un casino” non offre ricette magiche, ma una mappa per navigare quel mare in burrasca.

Il libro non è un romanzo, ma un manuale vivo, popolato di storie vere, casi concreti, dialoghi che sembrano usciti dalla tua cucina alle sette di sera, quando tutto sembra sfuggire di mano. Psicopedagogista con anni di esperienza sul campo, Rossi racconta di genitori spaesati e di figli che urlano, chiudono, sfidano. E lo fa con una voce che non giudica, ma accompagna.

Non promette miracoli, perché sa che non esistono. Promette invece strumenti: comunicazione empatica, accettazione vera, riparo emotivo.

Alterna casi concreti a riflessioni, come chi presenta prove e poi le commenta con calma. Ma non c’è freddezza, c’è partecipazione. Ogni pagina trasuda empatia, come se l’autore fosse lì, seduto al tuo tavolo, a dirti: “Ce la puoi fare”.

Il libro non è solo una guida pratica. È un invito a riflettere sul senso dell’educazione. Rossi smonta il mito del genitore perfetto e lo sostituisce con quello del genitore presente, imperfetto ma vero.

“Mio figlio è un casino” non è un libro perfetto. A volte la ripetizione di certi concetti può stancare, e qualche caso concreto sembra più un esempio da manuale che una storia vera. Ma questi difetti sono marginali rispetto alla forza del messaggio: educare non è domare, è accompagnare.

È un libro che parla di noi, della nostra casa, delle nostre battaglie quotidiane, un libro che dice cosa fare, ma il perché e ci ricorda il senso di ciò che facciamo.

 

 

Frasi sottolineate

“Non dire mai un sì a qualcuno se questo rappresenta un no a te stesso. Hai il diritto di opporti alle ingiustizie”

 

domenica 23 agosto 2026

Scuola di Barbiana - Lettera a un professoressa (ed. Mondadori)

  

C’è una rabbia fredda, quasi chirurgica, che attraversa queste pagine. Non è la rabbia di chi urla, ma di chi ha contato, misurato, annotato. È la rabbia di chi ha scoperto che la scuola, quella che dovrebbe essere un ascensore sociale, in realtà è un filtro che respinge i più poveri verso il basso.

Pubblicata nel 1967 dagli alunni di don Lorenzo Milani a Barbiana, Lettera a una professoressa nasce come denuncia collettiva: la scuola italiana degli anni Sessanta selezionava per classe sociale, non per merito. I figli dei poveri venivano bocciati; i ricchi avevano ripetizioni e famiglie che li sostenevano. Il libro non è un romanzo, ma una lettera-atto d’accusa: stile asciutto, dati precisi, voce corale. Gli alunni non si limitano a criticare: propongono una scuola che non selezioni, ma che porti tutti allo stesso livello, dieci ore di studio al giorno, nessuno lasciato indietro.

Ho letto il libro. Ed è difficile essere d’accordo con quanto scritto, e altrettanto difficile contestarlo. La parte statistica sull’influenza del ceto sociale è inattaccabile: ancora oggi chi ha più cultura in famiglia riesce meglio negli studi. Su questo, sessant’anni dopo, poco è cambiato. Ma la tesi che la scuola non offra le stesse possibilità a tutti mi trova meno convinto. La scuola prova a portare avanti tutti: con molti ci riesce, con altri un po’ meno. Non è perfetta, ma non è nemmeno il muro di gomma che descrivono gli autori di Barbiana.

Stesso discorso per i docenti: ci sono insegnanti eccezionali e insegnanti mediocri. Come in ogni professione. La critica alla categoria nel suo complesso rischia di essere eccessiva, anche se è vero che l’indifferenza di alcuni insegnanti ha segnato, e segna, la vita di molti ragazzi.

Eppure, il libro resta uno specchio che ci costringe a guardare in faccia le nostre ipocrisie. Le disuguaglianze persistono. Quando leggiamo che “la scuola non è per tutti”, dobbiamo chiederci: è ancora vero? E se sì, cosa stiamo facendo per cambiarlo?

Perché leggerlo oggi? Perché fa arrabbiare. Perché costringe a pensare. Perché ci ricorda che la scuola non è neutrale: o emancipa, o esclude. E perché, in un’epoca in cui si parla tanto di “merito”, ci obbliga a chiederci: merito di cosa? E per chi?

Una lettura necessaria, anche se non tutte le sue tesi reggono il peso del tempo.

 

 

domenica 16 agosto 2026

Maria Beatrice Alonzi – Non voglio piacere a tutti (ed. Vallardi)

  

La felicità comincia quando qualcuno ti fa sentire di esistere. … Le persone vogliono essere viste, ascoltate, comprese: tu sei una persona.”

È da questa frase che partirei per parlare di Non voglio più piacere a tutti. Trova il coraggio di amare chi sei e vivere la vita che vuoi di Maria Beatrice Alonzi, pubblicato da Vallardi. Perché in quelle parole c’è il centro emotivo del libro: il bisogno, profondamente umano, di essere riconosciuti. Non applauditi, non approvati da chiunque, non trasformati in una versione più presentabile di noi stessi. Semplicemente visti.

E forse il problema comincia proprio quando confondiamo l’essere visti con l’essere approvati.

Alonzi costruisce il suo libro intorno a una domanda apparentemente semplice: quanto della nostra vita scegliamo davvero e quanto, invece, è determinato dalla paura di deludere gli altri?

La ricerca del consenso attraversa ogni ambito dell’esistenza. Riguarda le relazioni affettive, il lavoro, la famiglia, l’immagine che mostriamo agli altri e quella, spesso più severa, che custodiamo dentro di noi. Desiderare di essere apprezzati è naturale. Diventa però una prigione quando il giudizio altrui si trasforma nel criterio con cui misuriamo il nostro valore.

Il libro racconta questo percorso senza affidarsi alla promessa facile di una felicità immediata. Il suo obiettivo è piuttosto accompagnare il lettore a riconoscere quei meccanismi interiori che lo tengono fermo: i sensi di colpa, il senso di inadeguatezza, la paura del rifiuto, il confronto continuo e l’idea di dover essere sempre all’altezza.

Non si tratta, dunque, di imparare a non avere più bisogno degli altri. Si tratta di comprendere che il bisogno di essere amati non può coincidere con l’obbligo di piacere a tutti.

La riflessione dell’autrice acquista particolare forza se inserita nel contesto contemporaneo. I social network hanno reso permanente il confronto: ogni giorno osserviamo vite apparentemente riuscite, corpi desiderabili, carriere brillanti, relazioni felici e identità costruite con cura. Il risultato è una forma di solitudine paradossale: siamo continuamente esposti agli altri, ma non sempre ci sentiamo realmente ascoltati.

Alonzi individua in questa dinamica uno dei motivi per cui il bisogno di approvazione è diventato così pervasivo. Gli standard che ci vengono proposti sono spesso irraggiungibili e alimentano la convinzione di essere sempre in difetto. Il libro affronta anche la difficoltà di ascoltare e di sentirsi ascoltati, una mancanza che può rendere ancora più dolorosa la percezione di non contare.

Da questo punto di vista, la frase sottolineata assume un significato preciso. “Tu sei una persona” non è una formula consolatoria. È quasi un richiamo alla realtà: prima dei risultati, delle aspettative e delle opinioni altrui, esiste un individuo che ha bisogno di essere riconosciuto nella propria complessità.

La scrittura di Maria Beatrice Alonzi è diretta, colloquiale e costruita per creare una relazione immediata con chi legge. Non cerca la distanza dell’analisi accademica; preferisce rivolgersi al lettore in modo personale, come se il testo fosse una conversazione lunga e talvolta scomoda.

Questa scelta rappresenta uno dei punti di forza dell’opera, perché rende accessibili temi psicologici e relazionali che altrimenti potrebbero apparire astratti. L’autrice procede per riflessioni, esempi e sollecitazioni, trasformando il libro in un percorso di consapevolezza più che in un saggio tradizionale. La sua capacità narrativa non consiste tanto nel raccontare una storia unica, quanto nel dare forma a esperienze riconoscibili: la paura di sbagliare, il desiderio di essere scelti, la difficoltà di dire no, il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è l’idea che la libertà non consista nel diventare invulnerabili al giudizio altrui. Nessuno, probabilmente, smette davvero di desiderare l’affetto o la stima degli altri. La libertà comincia quando riconosciamo che il loro giudizio non può essere l’unica autorità sulla nostra vita.

In questo senso, “non piacere a tutti” non significa diventare egoisti o indifferenti. Significa accettare che ogni scelta autentica comporta la possibilità di deludere qualcuno. Chi cambia lavoro, interrompe una relazione, stabilisce un confine o rinuncia a un’immagine costruita per gli altri può essere giudicato. Ma non per questo sta sbagliando.

La vera domanda diventa allora un’altra: preferiamo essere accettati per ciò che fingiamo di essere o rischiare di essere rifiutati per ciò che siamo?

 

Frasi sottolineate

La felicità comincia quando qualcuno ti fa sentire di esistere. … Le persone vogliono essere viste, ascoltate, comprese: tu sei una persona.

 

 

domenica 9 agosto 2026

Alessandro D’Avenia – L’appello (ed. Mondadori Oscar Absolute)

C’è una scena, all’inizio de “L’appello”, in cui un uomo con gli occhiali scuri entra in una classe di quinta liceo e invece di dire «presente» chiede a ogni ragazzo: «Chi sei?». Non è un espediente retorico: è il cuore pulsante di un romanzo che, letto con la giusta disposizione, fa tremare le mani. Alessandro D’Avenia, già noto per la sua capacità di coniugare narrazione e riflessione esistenziale, qui compie un salto ulteriore: trasforma il gesto più burocratico della scuola, l’appello, in un rito di riconoscimento umano.

Omero Romeo, il nome non è casuale, è un professore di scienze diventato cieco. Decide di tornare a insegnare e gli viene affidata una classe “difficile”: dieci ragazzi feriti dalle loro vite, con sogni sbiaditi o distrutti, ognuno con una storia che pesa come un macigno. C’è Elena, che porta il nome della bellezza ma non si riconosce allo specchio; Cesare, detto Ruggine, che parla in rap poetico; Achille, genio del computer, un nerd anche nella fisionomia; Stella, segnata dalla morte precoce del padre; Oscar, che respira solo sul ring; Caterina, Elisa, Ettore, Mattia, Aurora, ciascuno con la propria ferita e la propria luce.

Omero non può vedere i loro volti, così reinventa l’appello: ogni studente pronuncia il proprio nome e racconta cosa lo definisce, qual è il suo orizzonte. Poi si lascia toccare il volto dal professore. È un atto di fiducia radicale: mettersi nelle mani di un altro, letteralmente. Questo rito si ripete durante tutto l’anno scolastico, accompagnando l’evoluzione interiore dei ragazzi mentre si avvicinano all’esame di maturità.

La prosa è limpida, a tratti quasi lirica, ma mai compiaciuta. Alterna diario, meditazione filosofica, allegoria politico-sociale e storia di formazione, creando un mosaico narrativo che riflette la frammentarietà delle vite adolescenziali. La scelta di un narratore cieco non è un espediente melodrammatico: è una dichiarazione di metodo. Omero non giudica dall’apparenza, non si lascia ingannare dalle maschere. Ascolta le voci, percepisce i silenzi, tocca i volti. In questo senso, la cecità diventa metafora di una visione più profonda: quella che non si ferma alla superficie, ma cerca la verità nascosta nel corpo, nei sogni, nelle parole.

In un’epoca in cui i nomi sono ridotti a username, profili social, dati anagrafici, “L’appello” è un atto di resistenza poetica. Ricorda che ogni nome porta con sé una storia, una ferita, una speranza. E che chiamare qualcuno per nome, davvero, è già un atto d’amore.

“L’appello” non è un romanzo da leggere per evadere: è un libro che ti chiede di entrare in classe, di sederti al banco, di pronunciare il tuo nome. Ti costringe a chiederti: chi sono io, al di là delle etichette? Cosa mi definisce?

In un tempo in cui la scuola è spesso ridotta a fabbrica di competenze, D’Avenia ci ricorda che educare significa prima di tutto riconoscere. E che ogni nome, pronunciato con attenzione, è un appello alla vita.

Se cercate un libro che non vi lasci indifferenti, che vi scuota senza urlare, che vi faccia venire voglia di tornare a scuola, o di inventarne una nuova, questo è il libro che fa per voi.

 

 

Frasi sottolineate

La vista è sopravvalutata: gli occhi finiscono per non vedere ciò che vedono sempre, più vedono e meno guardano.

… la disciplina non è qualcosa che io devo ottenere, piuttosto un’abitudine che i vostri figli hanno appreso a casa in questi 18 e più anni di vita. Dipende molto poco da me; se hanno imparato a non imbrogliare, a non fare i furbi, a rispettare le regole non ci sarà alcun problema.

 

 

 

domenica 2 agosto 2026

Hal Elrod – The miracle morning … (trad. Manuel Guerrieri ed. Macro)

 

"The Miracle Morning" di Hal Elrod: una mattina che promette di cambiare la vita

Leggere un libro come "The Miracle Morning" è un’esperienza che assomiglia a un incontro al margine di un bar con qualcuno che, senza enfasi emotiva e con una sicurezza quasi discreta, ti propone una serie di pratiche semplici e ti assicura che, se le seguirai, la tua vita ne trarrà giovamento. Hal Elrod non scrive per stupire con frasi esatte o voli retorici; scrive per convincere, con efficacia da manuale motivazionale e con la testimonianza personale che dà corpo alle idee.

L’ossatura del libro è elementare e intenzionale. Elrod parte da un assunto quotidiano: la qualità delle nostre giornate dipende, in gran parte, da come iniziamo la mattina. Propone dunque una routine. Ogni elemento della routine viene spiegato con chiarezza, corredato di esempi pratici, suggerimenti per adattarlo alle diverse esigenze e, soprattutto, testimonianze che mirano a dimostrare la reale applicabilità del metodo.

La scrittura è più persuasiva che letteraria: usa l’aneddoto personale (la sua storia di resilienza dopo un incidente e altre difficoltà) come prova d’autenticità, molto motivazionale.

"The Miracle Morning" si colloca nella lunga tradizione del self-help americano che fonde psicologia positiva, abitudini comportamentali e racconto autobiografico. Il nucleo interessante non è l’originalità assoluta delle proposte ma la loro messa in sequenza e l’invito alla disciplina quotidiana. In questo senso il libro funziona come una piccola macchina di cambiamento: non promette miracoli istantanei, salvo poi utilizzare il termine “miracle” per sottolineare come la costanza, sommata a semplici pratiche, possa produrre risultati sorprendenti.

Alcune affermazioni mancano di solidi riferimenti scientifici; il lettore attento troverà utile integrare con studi sul sonno, sulla psicologia delle abitudini e sugli effetti dell’esercizio mattutino. Inoltre, la retorica del “metodo unico che funziona per tutti” può risultare eccessiva: la vita personale, le condizioni di lavoro, la salute e gli impegni familiari richiedono spesso adattamenti non banali.

Se vi manca una routine e vi interessa sperimentare un protocollo strutturato, se gradite testi che uniscano esperienza personale e suggerimenti pratici, allora lo dovete leggere.



Frasi sottolineate

Tutto inizia con l’accettare la piena responsabilità di ogni aspetto della propria vita e il rifiuto di dare la colpa a qualcun altro.


La vita comincia laddove finisce la zona di comfort (Neale Donald Walsh).

 

 

domenica 26 luglio 2026

Federica Manzon – Alma (ed. Narratori, Feltrinelli)

  

Alma di Federica Manzon è un romanzo che avvolge il lettore con la stessa lentezza e precisione con cui si scarnificano vecchie verità. La voce narrante non cerca clamori: procede per osservazione, per accumulo di dettagli che poi, come in un processo, finiscono per costituire un quadro morale inatteso e insieme inevitabile.

La trama segue due vite nate e cresciute nella dissoluzione della Jugoslavia, il lungo crepuscolo che precede e accompagna la guerra. Alma e Vili attraversano quell’epoca, dall’infanzia all’adolescenza, poi all’età adulta, come due soggetti investiti dallo stesso destino storico ma incapaci di parlarsi davvero. Sono specchi deformanti: si riconoscono nell’altro a tratti, lo evitano in altri, eppure l’attrazione che li lega funziona più come legge fisica che come scelta consapevole. Manzon non indulge in melodramma; piuttosto costruisce una tensione fatta di silenzi che pesano come sentenze, e gesti minimi che battezzano l’appartenenza.

Il romanzo sceglie la concretezza. Le descrizioni del luogo, della famiglia, della memoria collettiva, la normalità che si incrina, il quotidiano che si trasforma in campo minato, sono rese con mano ferma. I dialoghi, scarni, assomigliano a interrogatori in cui gli imputati sono sentimenti e colpe. Non c’è un eroe manifesto: c’è la responsabilità diluita, colpa che si deposita come polvere sulle azioni di ogni giorno. Questo sguardo sobrio genera empatia senza commiserazione, una qualità rara quando si raccontano le tragedie collettive attraverso storie intime.

Alma e Vili sono tratteggiati con misura. Vili porta in sé la tensione tra desiderio di appartenenza e bisogno di fuga; Alma incarna la difficoltà di nominare il passato senza farsene schiacciare. La loro incomunicabilità è il vero cuore del romanzo: parlano attorno al nucleo delle cose, evitano il nome preciso della sofferenza, eppure la storia pulsa nelle omissioni.

La guerra entra nella vita dei personaggi non esplode come colpo di scena, ma si insinua: logora relazioni, svela fragilità, trasforma scelte minute in decisioni definitive. È una rappresentazione della storia come condizione esistenziale piuttosto che come scenario esterno.

Se il romanzo ha un limite, è forse una certa lentezza e freddezza che può allontanare chi cerca pathos immediato. Ma quella freddezza costringe il lettore a guardare, a ricostruire, a prendersi la responsabilità del giudizio.

 

Frasi sottolineate

Ricordati che i politici che hanno scatenato questo finimondo hanno fatto proprio così, sono andati indietro a guardare il passato e l’hanno ricostruito come volevano loro. Chi controlla il passato può controllare il presente.

 

domenica 19 luglio 2026

Sigfrido Ranucci – La scelta (ed. Bompiani Overlook)

 

Quando ho chiuso La scelta di Sigfrido Ranucci ho avuto la sensazione di aver assistito a qualcosa che va oltre la semplice raccolta di aneddoti professionali: è la testimonianza di un mestiere vissuto con rigore e una specie di stanca passione. Ranucci racconta le inchieste di Report come si racconta una partita difficile, dove ogni mossa è calcolata, ogni errore può costare caro, eppure non c’è mai la tentazione di drammatizzare oltre il necessario.

La sorpresa, per me, è stata scoprire quanto lavoro, spesso invisibile, ci sia dietro a ogni servizio che vediamo in televisione. Non intendo solo l’assemblea di dati e documenti, ma la pazienza, i controlli incrociati, le ore spese a verificare una versione che potrebbe essere smentita il giorno dopo. Ranucci lo narra con la precisione di chi ha imparato a non fidarsi né dei titoli brillanti né delle conferme facili.

Lo sconcerto deriva invece dalla constatazione, ripetuta nel libro, di quanto il malaffare sia capace di insinuarsi nei gangli della politica e dell’economia. Non è solo la vicenda di un individuo o di un episodio: è la percezione di una rete che tende a difendersi, a oscurare responsabilità, a far sì che certi meccanismi continuino a funzionare. È una constatazione che irrigidisce, perché mostra un’Italia in cui la trasparenza resta spesso un’aspirazione più che una pratica consolidata.

E la rabbia, infine, quella rabbia che non si placa leggendo le pagine ultime: per come certi personaggi rimangono al loro posto, per la lentezza della giustizia, per la facilità con cui si minimizzano scandali che dovrebbero essere motivo di stroncamento politico. Ranucci non indulge nello sfogo; però la sua voce, chiara e misurata, lascia emergere il disappunto. E la misura è una forza: raccontare senza urlare rende la denuncia più convincente.

A chi scrive di libri e a chi segue le inchieste televisive, consiglierei La scelta per due ragioni. La prima: è un manuale pratico, non accademico, sul lavoro d’inchiesta. La seconda: è una lettura che provoca, che mette in moto riflessioni sulla responsabilità pubblica e su che cosa significa informare correttamente in tempi in cui l’informazione è spesso vittima di semplificazioni.

Qualche appunto: talvolta il testo accumula casi in maniera quasi episodica, e chi cerca l’aulicità dell’introspezione rimarrà deluso; chi invece apprezza la sostanza, troverà pane per i suoi denti. In fondo, La scelta è la dichiarazione di chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. E questo, in tempi smemorati, vale più di una retorica ampollosa.

 

Frase sottolineata

Ma tutte le persone che incontriamo nella vita ci insegnano qualcosa. Alcune persino a non essere come loro.

 

domenica 12 luglio 2026

Bill Clinton, James Patterson – Il presidente è scomparso (trad. Luca Bernardi, ed. Longanesi)

La prima cosa che colpisce de "Il presidente è scomparso" non è soltanto la parentesi thriller in cui si muove la trama, ma la voce stessa dell’autore: Bill Clinton. Si sente l’esperienza di chi ha governato la più potente delle democrazie, il modo in cui i dettagli procedurali, le tensioni istituzionali e i piccoli gesti umani emergono dallo sfondo come rilievi di una mappa. L’idea centrale, un cyberattacco che potrebbe ridurre la nazione a uno stato di paralisi perché la vita quotidiana, le infrastrutture e le comunicazioni dipendono ormai da Internet, è tanto plausibile quanto inquietante. È un thriller che prende corpo dalla concretezza delle cose pratiche: server, reti, protocolli, ma anche dalle conseguenze personali e collettive di un blackout totale.

Il romanzo segue il modello del racconto ad alta tensione: un presidente, recentemente vedovo, si trova a dover prendere decisioni definitive sotto un incessante conto alla rovescia. Qui il riferimento non è solo cinematografico (penso ai film in cui l’eroe è costretto a correre contro il tempo), ma anche morale. Clinton mostra come le scelte dello Stato pesino sulle spalle di chi le prende; non sono soltanto mosse tattiche, ma atti che coinvolgono la memoria privata, il lutto, la stanchezza e la necessità di mantenere una dignità pubblica.

Lo stile, nella sua apparente semplicità, punta all’efficacia: frasi che vanno dritte al punto, dialoghi costruiti per rivelare più di quanto dicano esplicitamente, scene che scorrono rapide e nette. Il ritmo, infatti, è quello di un racconto che vuole tenerti seduto in bilico, ma non per abbaglio spettacolare: la tensione nasce dalla descrizione metodica di quello che può andare storto quando si spegne la rete che regge la vita moderna. Le conseguenze non sono solo tecnologiche ma sociali, economiche, esistenziali.

A chi si rivolge questo libro? A chi ama i thriller governativi, certo, ma anche a chi cerca una narrazione che mescoli esperienza politica, riflessione sui pericoli della dipendenza tecnologica e un ritratto umano del potere. Non si tratta di un’opera di alta letteratura, però è credibile; e la credibilità, in questo genere, conta molto più degli effetti speciali verbali. Il romanzo funziona quando riesce a farci provare, per un attimo, la solitudine decisionale di chi rappresenta un’intera nazione.

 

 

 

domenica 5 luglio 2026

Child Lee – Il passato non muore mai (trad. Adria Tissoni, ed. TEA)

  

Con Il passato non muore, Lee Child porta Jack Reacher in un territorio meno battuto: non soltanto un paesaggio geografico, ma soprattutto un luogo dell’anima. Stavolta il viaggio non scatta da un’indagine fortuita né da un incontro che s’incastra in una trama già pronta; nasce da una domanda privata, semplice e potente: chi è stato mio padre?

Reacher attraversa i luoghi dove il padre è nato e decide di fermarsi, di ricomporre una biografia che non appartiene più ai vivi. La scelta sorprende, perché quella figura di uomo solo e in movimento era sempre stata definita più dal presente che dalla memoria. Eppure qui, pagina dopo pagina, prende forma una curiosità che assume dignità narrativa: la ricerca delle origini come lente per leggere se stessi.

Come è naturale in una storia con Reacher, la calma apparente non dura. Quel pellegrinaggio personale si trasforma in indagine: tensioni, segreti, verità che emergono con la lente tagliente del thriller. Ma il motore del romanzo non è tanto il mistero quanto la scoperta. Il protagonista apprende aspetti del passato del padre che gli erano ignoti, e per paradosso non trova una figura estranea al suo sentire, ma elementi che danno senso a valori che già lo abitano: un sentimento di giustizia, un rigore morale, una idea di responsabilità che non sono più solo tratti individuali ma eredità.

Child mantiene il ritmo asciutto e la struttura efficiente della serie, ma aggiunge una piega intima: l’azione convive con il pensiero, la scena con il ricordo. Il passato non muore diventa così un romanzo sull’identità e sull’eredità, sulla domanda che prima o poi riguarda tutti noi — quanto di ciò che siamo è scelta e quanto è dono, o debito, della generazione che ci ha preceduto?

Per i lettori di lungo corso, il libro offre il raro piacere di vedere Reacher non solo agire ma anche spiegarsi, o farsi comprendere meglio. Per i nuovi venuti, è un buon punto di ingresso: mostra che sotto l’aspetto implacabile c’è una storia familiare che pesa e accompagna, e che talvolta la bussola più solida è quella che ereditiamo senza sapere.

 

 

domenica 28 giugno 2026

Maura Gancitano – Erotica dei sentimenti (ed. Einaudi)

  

Con "Erotica dei sentimenti. Per una nuova educazione sentimentale" Maura Gancitano offre un saggio breve ma denso che mette sul tavolo una domanda semplice e inquietante: perché sappiamo tanto di tutto tranne che di come vivere i rapporti? Non è un manuale di soluzioni. È, piuttosto, un invito a guardare dentro di noi con maggiore precisione.

L’"erotica" di Gancitano non è provocazione gratuita né mera sessualità: è la forza del desiderio, il modo in cui ci avviciniamo al mondo e agli altri. L’autrice rifiuta ricette morali e galatei emotivi e propone invece un attraversamento consapevole dei sentimenti. In un’epoca che chiede risposte alla violenza e al malessere relazionale, l’educazione proposta qui non normalizza: ci insegna a riconoscere, nominare e comprendere ciò che proviamo.

Il pregio del libro sta nella concretezza e nell’ampiezza di sguardo. Filosofia, letteratura e storia dialogano senza appesantire; i concetti diventano strumenti per leggere la vita quotidiana. Non troverete formule perfette, ma una mappa concettuale utile per pensare meglio le relazioni: più consapevolezza, meno automatismi.

Forse chi cerca confessioni intime o una narrazione personale troverà alcune pagine fredde o dense. Ma questo è anche il suo valore: non un consumo rapido, bensì un testo da meditare, capace di germinare domande che restano.

 

Frasi sottolineate

se vieni educato a credere di non poter piangere o soffrire per amore perché, ti è stato ripetuto fin dalla nascita, gli uomini non lo fanno, manipolerai inconsapevolmente le tue reazioni emotive per confermare quello che le persone intorno a te si aspettano. È vero che ognuno prova sensazioni ed emozioni in misura diversa, ma questo non ha a che fare con il genere, piuttosto con la varietà umana.

leggere significa attribuire sensi e significati, e questi hanno molto a che fare con la nostra cultura emozionale.

Simone de Beauvoir nella lettera del 1934 ... «La mia unica preoccupazione è insegnare loro a pensare, e non certo cosa pensare».

 

 

 

 

domenica 21 giugno 2026

Adharanand Finn - L’arte giapponese di correre (trad. Daniela Converso, Dade Fasic, Marlisa Santarone ed. Sperling & Kupfer)

   

"L'arte giapponese di correre" di Adharanand Finn è un'inchiesta attenta: perché un popolo che corre tanto e con disciplina non domina le lunghe distanze, ancora appannaggio di kenyani ed etiopi? Finn percorre il Giappone, corre con atleti di club scolastici e professionisti, osserva rituali, allenamenti e dinamiche sociali senza pretese risolutive.

Il cuore del libro è il confronto tra due culture della corsa. In Giappone la pratica è collettiva, quasi liturgica: allenamenti massivi, una disciplina che si trasmette nelle scuole e nei club, l'idea che la fatica sia un valore morale condiviso. Questo produce vasta partecipazione e ottimi risultati su distanze medio-brevi, ma non spiega il ritardo sulle maratone, dove emergono la capacità individuale di rischio e percorsi di formazione differenti che caratterizzano molti corridori africani.

Finn non cerca spiegazioni semplici. Emerge invece l'idea che la differenza sia multifattoriale: non solo genetica o altitudine, ma selezione dei talenti, modelli di allenamento, gestione delle carriere e incentivi sociali. Nei contesti africani la corsa può essere veicolo di mobilità individuale; in Giappone rimane inserita in un tessuto che premia l'armonia e la standardizzazione. Quella stessa coesione che forgia resistenza e disciplina può ostacolare la creatività necessaria per raggiungere l'eccellenza assoluta nelle ultradistanze.

 

Frasi sottolineate

“L’apprendimento continua. Una volta che ti sei laureato, non smetti di imparare. La prova dei mille giorni non è un percorso che porta a una meta ultima; la sfida, al contrario, è continuare, godere della vita e imparare cose nuove.”

 

domenica 14 giugno 2026

Gianfranco Giulivi – Potevamo vincere! (Ed. Sprint)

  

Una considerazione tecnica: merita l’autoedizione, ma una revisione va fatta: Potevamo vincere! è un lavoro notevole per i tempi e per le circostanze di pubblicazione: autoprodotto, con il coraggio di mettere sul tavolo un testo corposo, ricco di dati e nomi. Questo è già di per sé un merito, soprattutto in un panorama editoriale che spesso penalizza la stoffa documentaria quando non è accompagnata da una mano editoriale ferma. Tuttavia, la bozza avrebbe guadagnato una revisione più accurata: sembrano esserci errori di stampa e alcune scelte di impaginazione che possono distrarre il lettore dall’oggetto principale del libro. La voglia di offrire una sintesi completa della disfatta italiana è encomiabile, ma un lavoro di revisione più attento avrebbe potuto rendere la lettura più scorrevole e meno suscettibile a dubbi di affidabilità formale.

Analisi e merito: cosa andò storto nell’Italia della seconda guerra mondiale. Il libro si concentra sull’analisi delle difficoltà che attraversarono le tre Forze Armate italiane, evidenziando che, sul piano tecnico, potevano non mancare strutture e mezzi: la capacità operativa era presente, ma non bastò. Da qui parte l’indagine dell’autore su cosa non funzionò: errori, inadempienze, una tendenza a isolare singoli episodi senza una visione organica. L’impressione, soprattutto per chi legge con memoria storica, è che Mussolini volesse una guerra senza piena consapevolezza della realtà del nemico e dei contesti internazionali, affidandosi a una leadership che spesso non aveva le competenze richieste per i ruoli chiave. È una lettura che stimola riflessioni personali, ma che fa anche emergere la necessità di fonti chiare e citazioni robuste.

La lettura lascia una sensazione tagliente: “il pesce puzza dalla testa” è una metafora persuasiva, ma va maneggiata con cautela in una trattazione che mette in campo nomi e responsabilità. L’analisi è impietosa verso le forze armate italiane durante la seconda guerra mondiale, ma la domanda centrale resta: cosa avrebbe potuto cambiare se ci fosse stata una sinergia tra comando, risorse e obiettivi chiari? Il libro invita a interrogarsi su temi come il coordinamento tra le forze, la funzione della propaganda, e la volontà di seguire o meno linee guida straniere.


Frasi sottolineate

Era la classica decisione della dirigenza all’italiana: “non prendere mai alcuna decisione (anche se sei pagato per questo), poiché il 50% delle situazioni si risolvono da sole; per il restante 50%, hai il 50% delle possibilità di sbagliare; quindi hai solo il 25 % delle possibilità positive: NON DECIDERE!”

 

 

domenica 7 giugno 2026

Chiara Galeazzi – Merdoni. Perché commentare online è una pessima idea (ed. Blackie)

  

"Merdoni. Perché commentare online è una pessima idea" di Chiara Galeazzi è un piccolo saggio d’inchiesta che si muove sul crinale tra etnografia digitale e diario personale. L’autrice parte da una domanda semplice e attuale: cosa succede quando una persona cerca di capire il mondo dei social, e in particolare di X, non restando spettatrice ma immergendosi nel flusso dei commenti?

Il valore del libro sta nella scelta metodologica: Galeazzi adotta una versione moderna del partecipante-osservatore, richiamando per vie contemporanee il procedimento di Malinowski. Non studia i commenti come fossili di testo, ma come atti comunicativi vivi, inserendosi nella rete con la disponibilità a farsi coinvolgere. Questa decisione trasforma il progetto: il diario dell’esperimento convive con l’analisi, e il lettore vede nascere sullo sfondo una questione etica e antropologica sul rapporto tra identità, anonimato e responsabilità.

Lo stile è diretto, asciutto, misurato. L’autrice non cerca facili indignazioni né spettacolo: registra, descrive e lascia che siano i dati — conversazioni, insulti, richieste di aiuto mascherate da sarcasmo — a mostrare la portata del fenomeno. Il libro non pretende soluzioni radicali; piuttosto invita a una riflessione lucida sul costo personale dell’esposizione e sulla facilitazione della cattiveria quando il dialogo perde i suoi vincoli sociali ordinari.

Elemento centrale è la trasformazione soggettiva. Galeazzi entra nei commenti come persona tranquilla e curiosa e, progressivamente, emerge la metamorfosi: la rete non è neutra, plasma i modi di fare e di sentire. Il processo non viene narrato con enfasi melodrammatica, ma con una misura che coglie la perdita di innocenza e la nascita di un “altro” — un luogo comune digitale che può annebbiare la responsabilità individuale.

Il libro funziona come monito e cronaca. È utile sia al lettore interessato alle dinamiche social sia a chi pratica la comunicazione online. Pur breve, offre spunti concreti per riflettere sul rapporto tra partecipazione e distanza critica, suggerendo che capire il mondo dei social richiede più che osservazione: richiede prudenza, metodo e consapevolezza delle proprie trasformazioni interiori.

Frase sottolineata

Cercare di «far cambiare idea» o di «convincere» qualcuno della bontà di un argomento è inutile, perché ci sarà sempre qualcun altro a darti ragione o a spostare l’attenzione su altro.

 

Merdoni. Perchè commentare online è una pessima idea - Chiara Galeazzi - ebook 

domenica 17 maggio 2026

Antonio Manzini – Vecchie conoscenze (ed. Sellerio)

C'è un momento, nei romanzi di Antonio Manzini, in cui smetti di seguire l'indagine e cominci a seguire l'uomo. È un passaggio quasi impercettibile, come il punto in cui il mare diventa oceano senza che tu possa indicarlo sulla carta. Con Vecchie conoscenze, quel passaggio arriva presto, e non ti lascia più.

Al centro, formalmente, c'è un delitto. La vittima è una studiosa di Leonardo, donna di sapere e di silenzi, e la sua morte porta con sé l'eleganza fredda dei misteri che non vogliono essere risolti. Manzini costruisce il caso con la consueta abilità artigiana: i sospettati si moltiplicano, le piste si aprono e si chiudono senza concedere certezze, e il lettore si ritrova a navigare in un'indagine che ha la forma del labirinto e la luce fioca di una lampada ad olio.

Ma sarebbe un errore ridurre questo libro all'omicidio della leonardologa. La vera architettura narrativa si regge su tre pilastri, e l'omicidio è forse il meno interessante dei tre. C'è Deruta, e la sua scelta, quella che rimanda e rimanda e infine non può più essere rimandata. Manzini tratta il tema con una delicatezza rara nell'Italia letteraria, senza indulgere né nella retorica progressista né nel voyeurismo emotivo: lascia che il personaggio respiri, che abbia paura, che scelga. È scrittura che rispetta chi legge e chi viene letto.

E poi c'è il terzo pilastro, il più pesante: Roma. Il passato di Rocco Schiavone che ritorna non annunciato, non addomesticato, non redento. Le vecchie conoscenze del titolo arrivano come arriva il passato quando è davvero passato: di notte, senza bussare, lasciando tracce che non sai come spiegare ai vicini. Quello che ne consegue, non dirò cosa, perché certi libri meritano di essere scoperti, non raccontati, lascia Rocco ancora più solo di come lo avevamo trovato. E in questa solitudine non c'è patetismo, c'è verità.

Manzini scrive con quella precisione apparentemente distratta che è la firma dei narratori che sanno davvero il fatto loro. Le montagne valdostane sono ancora lì, ostili e necessarie, il freddo è ancora un personaggio, le ossessioni di Schiavone: le canne, gli amici di Roma, sono ancora il suo sistema nervoso. Ma in questo episodio qualcosa si è incrinato ulteriormente, e quella crepa è la cosa più onesta che l'autore potesse offrirci.

Si legge in apnea. Si chiude con la sensazione di aver perso qualcosa che non si riesce a nominare. Il che, per un romanzo, è il massimo dei complimenti.

 

domenica 3 maggio 2026

Tommaso Scotti – Mura Mura (ed. Longanesi)

Immaginate di essere un italiano in Giappone da anni, uno di quelli che ha imparato a inchinarsi senza pensarci e a ordinare ramen con la scioltezza di un tokyota doc. Lavorate in un ufficio grigio, tra scartoffie e caffè annacquati, e il vostro collega è un tipo strano: giapponese puro, ma nato e cresciuto a Roma. Per il giorno del vostro compleanno vi regala una notte a Kabukicho. Voi pensate a un giro di sake, magari un karaoke ubriaco. Invece, è il quartiere proibito di Tokyo che vi si para davanti, un labirinto di neon rosa e ombre che sussurrano promesse.

Tommaso Scotti, in Mura Mura, non vi racconta solo una passeggiata nel cuore della notte giapponese. Vi prende per un braccio, con la mano ferma di chi sa il fatto suo, e vi trascina in un'esplorazione del sesso come lo vivono lì, in bilico tra libertà sfrenata e divieti ipocriti. Il collega vi fa da guida: prima le "innocenti", quelle ragazze che vi ascoltano, vi lasciano sfogare storie di mariti assenti o sogni infranti facendovi spendere in bevute. Poi si scala: massaggi che slittano su corpi nudi, stanze dove il "hot" diventa un menu alla carta, aggirando leggi che proibiscono il coito ma chiudono un occhio se ci si innamora, anche solo per la durata dell’atto. È il Giappone in pillola: reprime il sesso ma lo lascia fiorire nei vicoli, con una libertà che qui da noi ci farebbe arrossire.

Ma Scotti non si ferma alle vetrine. È un viaggio interiore, quello vero. Quelle figure che si vendono, hostess, geishe moderne, ragazze con sorrisi prefabbricati, diventano specchi. Riflettono i vostri vuoti, le solitudini, le maschere che indossate per non crollare. È il Giappone che vi sveste, vi costringe a vedere quanto siete soli.

Non è pornografia da edicola, né pamphlet moralista. È un pugno allo stomaco, che vi lascia con la voglia di una sigaretta e mille domande. Kabukicho non dorme mai.

Frase sottolineata

... la ricerca della profondità è un'impresa scoraggiante che sembra promettere solo tanto lavoro e pochi guadagni. 

 


domenica 26 aprile 2026

Alessandro Donati – I signori del doping (ed. Rizzoli)

  

Leggere I signori del doping di Alessandro Donati è come entrare in una stanza buia dove l'aria sa di sudore e ambizione marcia. Non è un semplice saggio, è un atto d'accusa che ti prende per il colletto e ti costringe a guardare in faccia la menzogna che chiamiamo sport. Donati, allenatore sportivo, non si limita a elencare nomi e sostanze: lo fa con la precisione di un investigatore che ha passato anni a smontare ingranaggi arrugginiti.

Immaginate un mondo dove i campioni sono marionette di chimici senza scrupoli, e i signori del doping sono i burattinai – farmaceutici multinazionali, medici compiacenti, dirigenti federali che chiudono un occhio per non perdere sponsor. Donati racconta tutto con una rabbia trattenuta, quella che nasce dall'amore tradito. Lo sport è un sistema che premia il mostro più furbo, e lo dimostra con documenti, interviste, numeri che colpiscono come pugni allo stomaco.

Ma è il lato umano che ti resta dentro. Donati non è un giustiziere astratto: ha dimostrato che allenando Alex Schwazer in maniera pulita era possibile vincere. E in quel gesto c'è la vera lezione – non la chimica, ma la tenacia pulita.

Se amate lo sport per ciò che è, leggetelo. Vi lascerà con una domanda scomoda: e noi, complici silenziosi, che ruolo abbiamo?


Frasi sottolineate

Ognuno tacita la propria coscienza come meglio crede.

domenica 19 aprile 2026

Maurizio De Giovanni – In fondo al tuo cuore (ed. Einaudi Stile Libero BIG)

  

Leggere Maurizio De Giovanni è come entrare in una Napoli sospesa nel tempo, un luogo dove il sole picchia duro sulle strade affollate e le ombre delle anime che si allungano oltre il visibile. In questo capitolo dedicato al commissario Ricciardi, e al fedele brigadiere Maione, l'autore ci riporta in quel vortice di crimini e sentimenti che è il cuore pulsante della serie. Ma qui, più che mai, l'indagine su un omicidio diventa solo il filo conduttore di un intreccio più intimo, dove le vite private dei protagonisti irrompono con la forza di un temporale improvviso.

Ricciardi, con quel suo dono maledetto di sentire i lamenti dei morti, si trova diviso tra il dovere e il personale. Un caso di sangue lo reclama, ma la sorte lo strappa via: Rosa, la figura materna che lo ha sempre avvolto nel suo calore, è in bilico tra la vita e la morte in un letto d'ospedale. E come se non bastasse, Enrica, la donna che ha scelto di amare, ha varcato la soglia di casa per non tornare. È un Ricciardi ferito, questa volta, non solo dal peso dei trapassati ma da crepe che si aprono nel suo mondo fragile. De Giovanni sa dosare queste tensioni con maestria: non urla il dramma, lo lascia filtrare piano.

Accanto a lui, Maione, il brigadiere dal passo pesante e dal cuore onesto, combatte le sue battaglie private. Il sospetto di un tradimento da parte della moglie Lucia lo rode, lo distrae, lo rende umano fino al midollo. Ricciardi e Maione non sono eroi infallibili, ma uomini che inciampano nei propri affetti mentre inseguono la verità su un delitto che profuma di gelosia e vendetta.

De Giovanni orchestra tutto con un ritmo serrato, alternando l'indagine poliziesca, ai momenti di quiete domestica che feriscono di più. Napoli non è solo uno sfondo: è un personaggio, con i suoi vicoli stretti, le superstizioni e quel fatalismo che Ricciardi incarna alla perfezione. Non è un giallo puro, questo libro; è un'esplorazione dell'anima, dove il cuore si mette a nudo, traditore e vulnerabile.

Frasi sottolineate

L’imbarco era iniziato. Tra chi rimaneva a terra qualcuno piangeva, ma, si rese conto con orrore, non piangeva nessuno tra quelli che stavano partendo; al massimo, salendo la scaletta, si giravano a guardare e salutavano alzando il braccio. Piange chi resta, non chi parte, pensò.

I cani non sono come le donne, mia bella signora. Dànno il cuore e non lo riprendono mai indietro.

 

domenica 12 aprile 2026

Anne Holt – Quale verità (trad. Margherità Podestà Heir – ed. Einaudi Stile Libero Big)

Hanne Wilhelmsen comincia a sentire il peso del proprio ruolo nella polizia. Non è solo il fardello delle indagini, quel ritmo incalzante che consuma le giornate e le notti. È il suo passato, innanzitutto: un'eredità di silenzi e scelte che le si appiccicano addosso come un'ombra. Il suo carattere, introverso, tagliente, refrattario ai compromessi, non la agevola nel lavoro di gruppo, in quel teatro di voci e ambizioni che è un commissariato. E poi ci si mette di mezzo il Natale, con tutto quello che comporta per una persona che preferisce il silenzio alla confusione: le luci artificiali, i pranzi obbligati, il chiasso che riempie i vuoti senza colmarli davvero.

Tutto questo fa da sfondo a un quadruplice omicidio, un caso che si presenta limpido, quasi troppo. Gli assassini, o l'assassino, sono individuati nell'arco di pochi giorni, con la rapidità di un'illuminazione. La verità sembra quella davanti agli occhi di tutti: evidente, incontrovertibile, pronta per essere archiviata sotto la voce "chiuso". Eppure, Hanne non si ferma lì. Lei scava, come fa sempre, con quella tenacia che rasenta l'ostinazione. Si chiede se non ci sia un'altra verità, una che solo lei intravede, nascosta nelle crepe del visibile. È il fascino di Anne Holt: non dà risposte facili, costringe a dubitare insieme alla sua protagonista. Hanne non è un'eroina da action, non spara né corre; è un'intellettuale in divisa, una che legge i silenzi meglio delle confessioni.

In "Quale verità", Holt dipinge Oslo sotto la neve natalizia non come un idillio, ma come un palcoscenico per le fragilità umane. Il ritmo è serrato ma mai affannoso, le pagine si voltano da sole perché ogni rivelazione ne nasconde un'altra. E Hanne, con i suoi demoni privati è il cuore pulsante del romanzo. Non è solo un'indagine: è un'esplorazione dell'incertezza, di come la verità ufficiale possa essere solo un velo su abissi più profondi.

 Quale verità - Anne Holt - copertina

domenica 5 aprile 2026

Lee Child – Vendetta a freddo (trad. Adria Francesca Tissoni – Ed. TEA)

  

Ho letto "La vendetta a freddo" di Lee Child dopo aver divorato la serie TV, e confesso che l'impatto è stato come entrare in un ring con un avversario che conosci già troppo bene: familiare, ma con qualche pugno che non arriva dritto come ti aspetti. Jack Reacher, quel gigante solitario con l'istinto da falco, si ritrova coinvolto quando un cadavere torturato e gettato da un elicottero in volo nei boschi: non un estraneo, ma un ex compagno della sua vecchia unità investigativa, il 110th Special Investigators. La squadra si riunisce ancora una volta, e Reacher osserva, calcola, anticipa. Resta lì, immutato, a scrutare il mondo con occhi che vedono oltre le apparenze. È il suo marchio, il fascino che non svanisce, anche quando il resto barcolla.

Il problema, però, è che il libro si presenta caotico, come un'indagine con troppi vicoli ciechi e pochi lampioni accesi. La trama si dipana in un intreccio di ombre – vendette gelide, segreti sepolti, mosse anticipate solo da Reacher – ma spesso perde chiarezza, saltando da un sospetto all'altro senza quel ritmo secco che ti inchioda alla pagina. Venendo dalla serie, con le sue immagini nitide e il montaggio serrato, qui ho sentito un sottotono: manca la tensione palpabile, quel brivido che ti fa voltare la pagina di corsa. Reacher risolve tutto con la solita maestria, prevedendo le mosse nemiche come un giocatore di scacchi cieco, ma il percorso per arrivarci è confuso, quasi distratto.

Non è un fallimento, sia chiaro. Child sa ancora come dipingere un eroe che cammina da solo, e quel appeal resta intatto: Reacher è l'uomo che non ha bisogno di parole, solo di fatti. Ma se lo scopri prima dai telefilm, rischi di trovare il romanzo un po' spento, un'eco lontana della macchina da guerra che è la serie. Per i fan puri, vale comunque la pena; per chi arriva da lontano, forse meglio rimandarlo a un pomeriggio pigro.

 

Vendetta a freddo - Lee Child - copertina 

domenica 29 marzo 2026

Luca Perri – Astrobufale (ed. BUR, Rizzoli)

  

C’è un momento, nella vita di chiunque abbia mai alzato gli occhi al cielo con un misto di stupore e sospetto, in cui ci si rende conto che l’universo non è solo stelle e galassie, ma anche un terreno fertile per le più fantasiose invenzioni umane. È in quel momento che libri come Astrobufale di Luca Perri diventano non solo utili, ma necessari. Perri, astrofisico con l’anima di un divulgatore e il piglio di un investigatore, ci guida in un viaggio tra le bufale cosmiche che popolano il nostro immaginario.

Leggere Perri è come sedersi con un amico colto, di quelli che non ti annoiano con tecnicismi ma ti smontano le credenze con una logica affilata e un sorriso. Prendete la storia l’astrologia, quel grande inganno che ci fa credere di essere predestinati dalle stelle: Perri la riduce a ciò che è, un esercizio di conferma selettiva, con esempi quotidiani che ti colpiscono come un pugno bene assestato.

Il libro è una chiacchierata, piena di curiosità scientifiche e di quel senso dell’umorismo che ti fa ridere mentre impari. Perri sa che la scienza non è dogma, ma metodo: dubitare, verificare, ripetere. E in un’epoca di fake news galattiche, dove TikTok e YouTube sparano teorie più veloci della luce, Astrobufale è un antidoto perfetto.


Frasi sottolienate

Benjamin Franklin diceva: «Tre persone possono tenere un segreto, se due di loro sono morte».

Io non sono un biologo. Anzi, il Cielo me ne scampi! Secondo i fisici, infatti, i biologi trattano le cose molli; vanno pertanto guardati con biasimo. Un po’ come i chimici, che studiano le cose puzzolenti. O i geologi, che leccano i sassi. O, roba da far accapponare la pelle, gli ingegneri, che fanno le cose senza capire la teoria che c’è dietro. Come avrete capito, la visione del mondo da parte dei fisici è del tutto libera da pregiudizi e improntata alla collaborazione e al rispetto per le altre discipline.

 Astrobufale. Tutto ciò che sappiamo (ma non dovremmo sapere) sullo spazio - Luca Perri - copertina

domenica 22 marzo 2026

Samantha Harvey – Orbital (trad. Gioia Guerzoni ed. NNE)

  

Immaginate di orbitare intorno alla Terra, sospesi in una stazione spaziale, per una giornata intera. Niente terraferma sotto i piedi, solo il pianeta che gira lento, indifferente. Samantha Harvey, con Orbital, ci porta lì, in quel vuoto rarefatto, e lo fa senza trucchi, senza trame che inseguono colpi di scena. È un romanzo che sfugge alle scatole, un flusso di pensieri puri, intrecciati tra scienza, filosofia e una poesia che non urla, ma sussurra.

Sei astronauti, ognuno con il suo bagaglio di ricordi e silenzi. Non li vedrete agire, non sentirete dialoghi taglienti. Li conoscerete attraverso i loro pensieri frammentati, che emergono come echi in una capsula isolata. La prosa di Harvey è limpida, precisa, con quella meraviglia quieta che ti prende alla gola: continenti che scivolano via, tempeste che nascono e muoiono, città che pulsano come stelle finte contro il nero. Da lassù, la Terra si mostra nuda, fragile, senza confini né bandiere. Ti ridimensiona, ti fa sentire piccolo, ma ti sveglia a una consapevolezza che brucia piano.

C’è un tema che mi ronza in testa, rileggendo queste pagine: il nostro rapporto con il mondo. Vista da fuori, la Terra è una, indivisa, vulnerabile. Harvey non te lo sbatte in faccia con prediche; ti invita a pensarci, a misurare quella distanza emotiva. Quanto cambia tutto, quando guardi il pianeta come un estraneo? E noi, quaggiù, siamo davvero consapevoli di cosa stiamo perdendo?

Non è un libro per chi vuole azione, per chi divorare storie veloci. Richiede tempo, lentezza, come un’ossessione che si sbroglia da sola. Può spiazzarti, se cerchi eroi o intrecci. Ma se ti lasci andare al suo ritmo ipnotico, ti regala un’esperienza che resta, meditativa, profonda. Uno di quei rari romanzi che, finite le pagine, ti lasciano a fissare il soffitto, a interrogarti sul tuo posto in questo giro cosmico.

Orbital - Samantha Harvey - copertina 

domenica 25 gennaio 2026

Lee Child - L'ora decisiva (trad. Adria francesca Tissoni, ed. Longanesi)

  

Con L’ora decisiva, Lee Child offre alla serie di Jack Reacher un romanzo che gestisce la tensione come un avvocato durante un controinterrogatorio: con sottrazione, precisione e senza alzare la voce. Questo è uno dei capitoli più cupi della saga, ma anche uno dei più controllati. Qui, il thriller non si genera solo dall’azione, ma dal modo in cui il tempo viene compresso, trasformandosi in una pressione morale.

La storia inizia in una cittadina del South Dakota, bloccata da una tempesta di neve che non è solo uno sfondo, ma una vera e propria condizione narrativa. Reacher arriva lì per caso, come sempre. E, come sempre, il caso si rivela essere una forma mascherata di destino. Deve proteggere un’anziana donna, testimone chiave in un processo contro un cartello della droga. Mancano sessantuno ore all’udienza. Sessantuno ore non sono molte, ma sono sufficienti perché tutto possa andare storto.

Il conto alla rovescia è il vero motore del romanzo. Ogni decisione viene presa sotto la minaccia del tempo che scorre, costringendo i personaggi e il lettore a confrontarsi con una domanda semplice ma scomoda: cosa è davvero necessario fare quando non c’è spazio per l’errore?

L’atmosfera claustrofobica è uno degli elementi più riusciti del libro. Il freddo, le strade bloccate e l’isolamento geografico creano un senso di accerchiamento costante. A questo si aggiunge un dettaglio fondamentale: Reacher non sa di chi fidarsi. Il cartello ha uomini infiltrati nella polizia locale, e l’idea stessa di protezione istituzionale perde di significato. In questo contesto, il paesaggio diventa un alleato del crimine e un nemico della giustizia.

Jack Reacher rimane fedele a sé stesso: lucido, essenziale e radicale nel suo senso di giustizia. Non si perde in spiegazioni superflue, né cerca redenzione. Agisce. E proprio questa essenzialità, quasi una forma di rigore etico, è ciò che rende il personaggio ancora affascinante, nonostante la sua serialità.


Frasi sottolineate

Una serie di massime di Reacher, come vuole essere chiamato lui. “Spera in bene, preparati al peggio. Mai perdonare, mai dimenticare. Fallo una volta e fallo bene. Raccogli quello che semini. Un piano va all’aria non appena parte il primo sparo. Proteggere e servire. Non sei mai fuori servizio. Prima o poi dobbiamo andarcene tutti. Penso dipenda dalla forma che assume.”

L'ora decisiva - Lee Child - copertina 

domenica 18 gennaio 2026

Stefano Benni . La compagnia dei Celestini (ed. Universale Economica Feltrinelli)

 

Il romanzo di Benni inizia con una premessa che è sia semplice che inquietante: Gladonia è un paese che, a prima vista, sembra ricco e ben organizzato, ma nasconde una corruzione profonda e una profezia che aleggia come una minaccia indefinita, difficile da interpretare. È in questo scenario che si sviluppa la storia di un gruppo di bambini orfani, residenti nell’orfanotrofio dei Celestini. Non sono eroi nel senso tradizionale del termine. Sono ragazzi che desiderano qualcosa di molto concreto: giocare, sentirsi parte di una squadra, confrontarsi con il mondo.

Il loro sogno è il Campionato Mondiale di Pallastrada, uno sport inventato che, però, funge da chiara metafora. La Pallastrada rappresenta libertà, regole condivise e una passione che non ha bisogno di essere monetizzata o trasformata in spettacolo. Per realizzare questo sogno, i ragazzi fuggono dall’orfanotrofio, mentre a Gladonia arrivano squadre da ogni angolo del mondo, trasformando la città in un crocevia caotico e rivelatore.

Lungo il cammino, incontrano personaggi che sembrano usciti da una caricatura, ma che rispecchiano fin troppo la realtà: reporter cinici, prelati con segreti inconfessabili, magnati che confondono il potere con il diritto di decidere per gli altri. Benni li descrive con un’ironia tagliente, mantenendo sempre il controllo della narrazione.

Lo stile è uno degli aspetti più distintivi del romanzo. È vivace, creativo, ricco di giochi di parole e neologismi, e a tratti ricorda la leggerezza intelligente di Daniel Pennac. Ma sotto la superficie comica si nasconde un ritmo preciso, quasi giudiziario: ogni battuta, ogni colpo di scena, ogni deviazione serve a portare il lettore un passo più vicino al cuore della questione. E cioè a una domanda che rimane in sospeso anche dopo l’ultima pagina: cosa succede quando il mondo degli adulti perde il senso del gioco, e i bambini sono gli unici a ricordarlo?

 

Frasi Sottolineate

"Dice il saggio Bao Ding: se pensi che un posto sia lontano, parti e pensaci mentre cammini"

La compagnia dei Celestini - Stefano Benni - copertina