Hanne Wilhelmsen comincia a sentire il peso del proprio ruolo nella polizia. Non è solo il fardello delle indagini, quel ritmo incalzante che consuma le giornate e le notti. È il suo passato, innanzitutto: un'eredità di silenzi e scelte che le si appiccicano addosso come un'ombra. Il suo carattere, introverso, tagliente, refrattario ai compromessi, non la agevola nel lavoro di gruppo, in quel teatro di voci e ambizioni che è un commissariato. E poi ci si mette di mezzo il Natale, con tutto quello che comporta per una persona che preferisce il silenzio alla confusione: le luci artificiali, i pranzi obbligati, il chiasso che riempie i vuoti senza colmarli davvero.
Tutto questo fa da sfondo a un quadruplice omicidio, un caso che si presenta limpido, quasi troppo. Gli assassini, o l'assassino, sono individuati nell'arco di pochi giorni, con la rapidità di un'illuminazione. La verità sembra quella davanti agli occhi di tutti: evidente, incontrovertibile, pronta per essere archiviata sotto la voce "chiuso". Eppure, Hanne non si ferma lì. Lei scava, come fa sempre, con quella tenacia che rasenta l'ostinazione. Si chiede se non ci sia un'altra verità, una che solo lei intravede, nascosta nelle crepe del visibile. È il fascino di Anne Holt: non dà risposte facili, costringe a dubitare insieme alla sua protagonista. Hanne non è un'eroina da action, non spara né corre; è un'intellettuale in divisa, una che legge i silenzi meglio delle confessioni.
In "Quale verità", Holt dipinge Oslo sotto la neve natalizia non come un idillio, ma come un palcoscenico per le fragilità umane. Il ritmo è serrato ma mai affannoso, le pagine si voltano da sole perché ogni rivelazione ne nasconde un'altra. E Hanne, con i suoi demoni privati è il cuore pulsante del romanzo. Non è solo un'indagine: è un'esplorazione dell'incertezza, di come la verità ufficiale possa essere solo un velo su abissi più profondi.
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