domenica 17 maggio 2026

Antonio Manzini – Vecchie conoscenze (ed. Sellerio)

C'è un momento, nei romanzi di Antonio Manzini, in cui smetti di seguire l'indagine e cominci a seguire l'uomo. È un passaggio quasi impercettibile, come il punto in cui il mare diventa oceano senza che tu possa indicarlo sulla carta. Con Vecchie conoscenze, quel passaggio arriva presto, e non ti lascia più.

Al centro, formalmente, c'è un delitto. La vittima è una studiosa di Leonardo, donna di sapere e di silenzi, e la sua morte porta con sé l'eleganza fredda dei misteri che non vogliono essere risolti. Manzini costruisce il caso con la consueta abilità artigiana: i sospettati si moltiplicano, le piste si aprono e si chiudono senza concedere certezze, e il lettore si ritrova a navigare in un'indagine che ha la forma del labirinto e la luce fioca di una lampada ad olio.

Ma sarebbe un errore ridurre questo libro all'omicidio della leonardologa. La vera architettura narrativa si regge su tre pilastri, e l'omicidio è forse il meno interessante dei tre. C'è Deruta, e la sua scelta, quella che rimanda e rimanda e infine non può più essere rimandata. Manzini tratta il tema con una delicatezza rara nell'Italia letteraria, senza indulgere né nella retorica progressista né nel voyeurismo emotivo: lascia che il personaggio respiri, che abbia paura, che scelga. È scrittura che rispetta chi legge e chi viene letto.

E poi c'è il terzo pilastro, il più pesante: Roma. Il passato di Rocco Schiavone che ritorna non annunciato, non addomesticato, non redento. Le vecchie conoscenze del titolo arrivano come arriva il passato quando è davvero passato: di notte, senza bussare, lasciando tracce che non sai come spiegare ai vicini. Quello che ne consegue, non dirò cosa, perché certi libri meritano di essere scoperti, non raccontati, lascia Rocco ancora più solo di come lo avevamo trovato. E in questa solitudine non c'è patetismo, c'è verità.

Manzini scrive con quella precisione apparentemente distratta che è la firma dei narratori che sanno davvero il fatto loro. Le montagne valdostane sono ancora lì, ostili e necessarie, il freddo è ancora un personaggio, le ossessioni di Schiavone: le canne, gli amici di Roma, sono ancora il suo sistema nervoso. Ma in questo episodio qualcosa si è incrinato ulteriormente, e quella crepa è la cosa più onesta che l'autore potesse offrirci.

Si legge in apnea. Si chiude con la sensazione di aver perso qualcosa che non si riesce a nominare. Il che, per un romanzo, è il massimo dei complimenti.

 

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