domenica 28 giugno 2026

Maura Gancitano – Erotica dei sentimenti (ed. Einaudi)

  

Con "Erotica dei sentimenti. Per una nuova educazione sentimentale" Maura Gancitano offre un saggio breve ma denso che mette sul tavolo una domanda semplice e inquietante: perché sappiamo tanto di tutto tranne che di come vivere i rapporti? Non è un manuale di soluzioni. È, piuttosto, un invito a guardare dentro di noi con maggiore precisione.

L’"erotica" di Gancitano non è provocazione gratuita né mera sessualità: è la forza del desiderio, il modo in cui ci avviciniamo al mondo e agli altri. L’autrice rifiuta ricette morali e galatei emotivi e propone invece un attraversamento consapevole dei sentimenti. In un’epoca che chiede risposte alla violenza e al malessere relazionale, l’educazione proposta qui non normalizza: ci insegna a riconoscere, nominare e comprendere ciò che proviamo.

Il pregio del libro sta nella concretezza e nell’ampiezza di sguardo. Filosofia, letteratura e storia dialogano senza appesantire; i concetti diventano strumenti per leggere la vita quotidiana. Non troverete formule perfette, ma una mappa concettuale utile per pensare meglio le relazioni: più consapevolezza, meno automatismi.

Forse chi cerca confessioni intime o una narrazione personale troverà alcune pagine fredde o dense. Ma questo è anche il suo valore: non un consumo rapido, bensì un testo da meditare, capace di germinare domande che restano.

 

Frasi sottolineate

se vieni educato a credere di non poter piangere o soffrire per amore perché, ti è stato ripetuto fin dalla nascita, gli uomini non lo fanno, manipolerai inconsapevolmente le tue reazioni emotive per confermare quello che le persone intorno a te si aspettano. È vero che ognuno prova sensazioni ed emozioni in misura diversa, ma questo non ha a che fare con il genere, piuttosto con la varietà umana.

leggere significa attribuire sensi e significati, e questi hanno molto a che fare con la nostra cultura emozionale.

Simone de Beauvoir nella lettera del 1934 ... «La mia unica preoccupazione è insegnare loro a pensare, e non certo cosa pensare».

 

 

 

 

domenica 21 giugno 2026

Adharanand Finn - L’arte giapponese di correre (trad. Daniela Converso, Dade Fasic, Marlisa Santarone ed. Sperling & Kupfer)

   

"L'arte giapponese di correre" di Adharanand Finn è un'inchiesta attenta: perché un popolo che corre tanto e con disciplina non domina le lunghe distanze, ancora appannaggio di kenyani ed etiopi? Finn percorre il Giappone, corre con atleti di club scolastici e professionisti, osserva rituali, allenamenti e dinamiche sociali senza pretese risolutive.

Il cuore del libro è il confronto tra due culture della corsa. In Giappone la pratica è collettiva, quasi liturgica: allenamenti massivi, una disciplina che si trasmette nelle scuole e nei club, l'idea che la fatica sia un valore morale condiviso. Questo produce vasta partecipazione e ottimi risultati su distanze medio-brevi, ma non spiega il ritardo sulle maratone, dove emergono la capacità individuale di rischio e percorsi di formazione differenti che caratterizzano molti corridori africani.

Finn non cerca spiegazioni semplici. Emerge invece l'idea che la differenza sia multifattoriale: non solo genetica o altitudine, ma selezione dei talenti, modelli di allenamento, gestione delle carriere e incentivi sociali. Nei contesti africani la corsa può essere veicolo di mobilità individuale; in Giappone rimane inserita in un tessuto che premia l'armonia e la standardizzazione. Quella stessa coesione che forgia resistenza e disciplina può ostacolare la creatività necessaria per raggiungere l'eccellenza assoluta nelle ultradistanze.

 

Frasi sottolineate

“L’apprendimento continua. Una volta che ti sei laureato, non smetti di imparare. La prova dei mille giorni non è un percorso che porta a una meta ultima; la sfida, al contrario, è continuare, godere della vita e imparare cose nuove.”

 

domenica 14 giugno 2026

Gianfranco Giulivi – Potevamo vincere! (Ed. Sprint)

  

Una considerazione tecnica: merita l’autoedizione, ma una revisione va fatta: Potevamo vincere! è un lavoro notevole per i tempi e per le circostanze di pubblicazione: autoprodotto, con il coraggio di mettere sul tavolo un testo corposo, ricco di dati e nomi. Questo è già di per sé un merito, soprattutto in un panorama editoriale che spesso penalizza la stoffa documentaria quando non è accompagnata da una mano editoriale ferma. Tuttavia, la bozza avrebbe guadagnato una revisione più accurata: sembrano esserci errori di stampa e alcune scelte di impaginazione che possono distrarre il lettore dall’oggetto principale del libro. La voglia di offrire una sintesi completa della disfatta italiana è encomiabile, ma un lavoro di revisione più attento avrebbe potuto rendere la lettura più scorrevole e meno suscettibile a dubbi di affidabilità formale.

Analisi e merito: cosa andò storto nell’Italia della seconda guerra mondiale. Il libro si concentra sull’analisi delle difficoltà che attraversarono le tre Forze Armate italiane, evidenziando che, sul piano tecnico, potevano non mancare strutture e mezzi: la capacità operativa era presente, ma non bastò. Da qui parte l’indagine dell’autore su cosa non funzionò: errori, inadempienze, una tendenza a isolare singoli episodi senza una visione organica. L’impressione, soprattutto per chi legge con memoria storica, è che Mussolini volesse una guerra senza piena consapevolezza della realtà del nemico e dei contesti internazionali, affidandosi a una leadership che spesso non aveva le competenze richieste per i ruoli chiave. È una lettura che stimola riflessioni personali, ma che fa anche emergere la necessità di fonti chiare e citazioni robuste.

La lettura lascia una sensazione tagliente: “il pesce puzza dalla testa” è una metafora persuasiva, ma va maneggiata con cautela in una trattazione che mette in campo nomi e responsabilità. L’analisi è impietosa verso le forze armate italiane durante la seconda guerra mondiale, ma la domanda centrale resta: cosa avrebbe potuto cambiare se ci fosse stata una sinergia tra comando, risorse e obiettivi chiari? Il libro invita a interrogarsi su temi come il coordinamento tra le forze, la funzione della propaganda, e la volontà di seguire o meno linee guida straniere.


Frasi sottolineate

Era la classica decisione della dirigenza all’italiana: “non prendere mai alcuna decisione (anche se sei pagato per questo), poiché il 50% delle situazioni si risolvono da sole; per il restante 50%, hai il 50% delle possibilità di sbagliare; quindi hai solo il 25 % delle possibilità positive: NON DECIDERE!”

 

 

domenica 7 giugno 2026

Chiara Galeazzi – Merdoni. Perché commentare online è una pessima idea (ed. Blackie)

  

"Merdoni. Perché commentare online è una pessima idea" di Chiara Galeazzi è un piccolo saggio d’inchiesta che si muove sul crinale tra etnografia digitale e diario personale. L’autrice parte da una domanda semplice e attuale: cosa succede quando una persona cerca di capire il mondo dei social, e in particolare di X, non restando spettatrice ma immergendosi nel flusso dei commenti?

Il valore del libro sta nella scelta metodologica: Galeazzi adotta una versione moderna del partecipante-osservatore, richiamando per vie contemporanee il procedimento di Malinowski. Non studia i commenti come fossili di testo, ma come atti comunicativi vivi, inserendosi nella rete con la disponibilità a farsi coinvolgere. Questa decisione trasforma il progetto: il diario dell’esperimento convive con l’analisi, e il lettore vede nascere sullo sfondo una questione etica e antropologica sul rapporto tra identità, anonimato e responsabilità.

Lo stile è diretto, asciutto, misurato. L’autrice non cerca facili indignazioni né spettacolo: registra, descrive e lascia che siano i dati — conversazioni, insulti, richieste di aiuto mascherate da sarcasmo — a mostrare la portata del fenomeno. Il libro non pretende soluzioni radicali; piuttosto invita a una riflessione lucida sul costo personale dell’esposizione e sulla facilitazione della cattiveria quando il dialogo perde i suoi vincoli sociali ordinari.

Elemento centrale è la trasformazione soggettiva. Galeazzi entra nei commenti come persona tranquilla e curiosa e, progressivamente, emerge la metamorfosi: la rete non è neutra, plasma i modi di fare e di sentire. Il processo non viene narrato con enfasi melodrammatica, ma con una misura che coglie la perdita di innocenza e la nascita di un “altro” — un luogo comune digitale che può annebbiare la responsabilità individuale.

Il libro funziona come monito e cronaca. È utile sia al lettore interessato alle dinamiche social sia a chi pratica la comunicazione online. Pur breve, offre spunti concreti per riflettere sul rapporto tra partecipazione e distanza critica, suggerendo che capire il mondo dei social richiede più che osservazione: richiede prudenza, metodo e consapevolezza delle proprie trasformazioni interiori.

Frase sottolineata

Cercare di «far cambiare idea» o di «convincere» qualcuno della bontà di un argomento è inutile, perché ci sarà sempre qualcun altro a darti ragione o a spostare l’attenzione su altro.

 

Merdoni. Perchè commentare online è una pessima idea - Chiara Galeazzi - ebook