domenica 30 agosto 2026

Stefano Rossi . Mio figlio è un casino (ed. Universale Economica Feltrinelli)

  

C’è un momento, nella vita di ogni genitore, in cui il figlio smette di essere quel bambino docile e diventa una tempesta emotiva ambulante. Stefano Rossi lo sa bene: in “Mio figlio è un casino” non offre ricette magiche, ma una mappa per navigare quel mare in burrasca.

Il libro non è un romanzo, ma un manuale vivo, popolato di storie vere, casi concreti, dialoghi che sembrano usciti dalla tua cucina alle sette di sera, quando tutto sembra sfuggire di mano. Psicopedagogista con anni di esperienza sul campo, Rossi racconta di genitori spaesati e di figli che urlano, chiudono, sfidano. E lo fa con una voce che non giudica, ma accompagna.

Non promette miracoli, perché sa che non esistono. Promette invece strumenti: comunicazione empatica, accettazione vera, riparo emotivo.

Alterna casi concreti a riflessioni, come chi presenta prove e poi le commenta con calma. Ma non c’è freddezza, c’è partecipazione. Ogni pagina trasuda empatia, come se l’autore fosse lì, seduto al tuo tavolo, a dirti: “Ce la puoi fare”.

Il libro non è solo una guida pratica. È un invito a riflettere sul senso dell’educazione. Rossi smonta il mito del genitore perfetto e lo sostituisce con quello del genitore presente, imperfetto ma vero.

“Mio figlio è un casino” non è un libro perfetto. A volte la ripetizione di certi concetti può stancare, e qualche caso concreto sembra più un esempio da manuale che una storia vera. Ma questi difetti sono marginali rispetto alla forza del messaggio: educare non è domare, è accompagnare.

È un libro che parla di noi, della nostra casa, delle nostre battaglie quotidiane, un libro che dice cosa fare, ma il perché e ci ricorda il senso di ciò che facciamo.

 

 

Frasi sottolineate

“Non dire mai un sì a qualcuno se questo rappresenta un no a te stesso. Hai il diritto di opporti alle ingiustizie”

 

domenica 23 agosto 2026

Scuola di Barbiana - Lettera a un professoressa (ed. Mondadori)

  

C’è una rabbia fredda, quasi chirurgica, che attraversa queste pagine. Non è la rabbia di chi urla, ma di chi ha contato, misurato, annotato. È la rabbia di chi ha scoperto che la scuola, quella che dovrebbe essere un ascensore sociale, in realtà è un filtro che respinge i più poveri verso il basso.

Pubblicata nel 1967 dagli alunni di don Lorenzo Milani a Barbiana, Lettera a una professoressa nasce come denuncia collettiva: la scuola italiana degli anni Sessanta selezionava per classe sociale, non per merito. I figli dei poveri venivano bocciati; i ricchi avevano ripetizioni e famiglie che li sostenevano. Il libro non è un romanzo, ma una lettera-atto d’accusa: stile asciutto, dati precisi, voce corale. Gli alunni non si limitano a criticare: propongono una scuola che non selezioni, ma che porti tutti allo stesso livello, dieci ore di studio al giorno, nessuno lasciato indietro.

Ho letto il libro. Ed è difficile essere d’accordo con quanto scritto, e altrettanto difficile contestarlo. La parte statistica sull’influenza del ceto sociale è inattaccabile: ancora oggi chi ha più cultura in famiglia riesce meglio negli studi. Su questo, sessant’anni dopo, poco è cambiato. Ma la tesi che la scuola non offra le stesse possibilità a tutti mi trova meno convinto. La scuola prova a portare avanti tutti: con molti ci riesce, con altri un po’ meno. Non è perfetta, ma non è nemmeno il muro di gomma che descrivono gli autori di Barbiana.

Stesso discorso per i docenti: ci sono insegnanti eccezionali e insegnanti mediocri. Come in ogni professione. La critica alla categoria nel suo complesso rischia di essere eccessiva, anche se è vero che l’indifferenza di alcuni insegnanti ha segnato, e segna, la vita di molti ragazzi.

Eppure, il libro resta uno specchio che ci costringe a guardare in faccia le nostre ipocrisie. Le disuguaglianze persistono. Quando leggiamo che “la scuola non è per tutti”, dobbiamo chiederci: è ancora vero? E se sì, cosa stiamo facendo per cambiarlo?

Perché leggerlo oggi? Perché fa arrabbiare. Perché costringe a pensare. Perché ci ricorda che la scuola non è neutrale: o emancipa, o esclude. E perché, in un’epoca in cui si parla tanto di “merito”, ci obbliga a chiederci: merito di cosa? E per chi?

Una lettura necessaria, anche se non tutte le sue tesi reggono il peso del tempo.

 

 

domenica 16 agosto 2026

Maria Beatrice Alonzi – Non voglio piacere a tutti (ed. Vallardi)

  

La felicità comincia quando qualcuno ti fa sentire di esistere. … Le persone vogliono essere viste, ascoltate, comprese: tu sei una persona.”

È da questa frase che partirei per parlare di Non voglio più piacere a tutti. Trova il coraggio di amare chi sei e vivere la vita che vuoi di Maria Beatrice Alonzi, pubblicato da Vallardi. Perché in quelle parole c’è il centro emotivo del libro: il bisogno, profondamente umano, di essere riconosciuti. Non applauditi, non approvati da chiunque, non trasformati in una versione più presentabile di noi stessi. Semplicemente visti.

E forse il problema comincia proprio quando confondiamo l’essere visti con l’essere approvati.

Alonzi costruisce il suo libro intorno a una domanda apparentemente semplice: quanto della nostra vita scegliamo davvero e quanto, invece, è determinato dalla paura di deludere gli altri?

La ricerca del consenso attraversa ogni ambito dell’esistenza. Riguarda le relazioni affettive, il lavoro, la famiglia, l’immagine che mostriamo agli altri e quella, spesso più severa, che custodiamo dentro di noi. Desiderare di essere apprezzati è naturale. Diventa però una prigione quando il giudizio altrui si trasforma nel criterio con cui misuriamo il nostro valore.

Il libro racconta questo percorso senza affidarsi alla promessa facile di una felicità immediata. Il suo obiettivo è piuttosto accompagnare il lettore a riconoscere quei meccanismi interiori che lo tengono fermo: i sensi di colpa, il senso di inadeguatezza, la paura del rifiuto, il confronto continuo e l’idea di dover essere sempre all’altezza.

Non si tratta, dunque, di imparare a non avere più bisogno degli altri. Si tratta di comprendere che il bisogno di essere amati non può coincidere con l’obbligo di piacere a tutti.

La riflessione dell’autrice acquista particolare forza se inserita nel contesto contemporaneo. I social network hanno reso permanente il confronto: ogni giorno osserviamo vite apparentemente riuscite, corpi desiderabili, carriere brillanti, relazioni felici e identità costruite con cura. Il risultato è una forma di solitudine paradossale: siamo continuamente esposti agli altri, ma non sempre ci sentiamo realmente ascoltati.

Alonzi individua in questa dinamica uno dei motivi per cui il bisogno di approvazione è diventato così pervasivo. Gli standard che ci vengono proposti sono spesso irraggiungibili e alimentano la convinzione di essere sempre in difetto. Il libro affronta anche la difficoltà di ascoltare e di sentirsi ascoltati, una mancanza che può rendere ancora più dolorosa la percezione di non contare.

Da questo punto di vista, la frase sottolineata assume un significato preciso. “Tu sei una persona” non è una formula consolatoria. È quasi un richiamo alla realtà: prima dei risultati, delle aspettative e delle opinioni altrui, esiste un individuo che ha bisogno di essere riconosciuto nella propria complessità.

La scrittura di Maria Beatrice Alonzi è diretta, colloquiale e costruita per creare una relazione immediata con chi legge. Non cerca la distanza dell’analisi accademica; preferisce rivolgersi al lettore in modo personale, come se il testo fosse una conversazione lunga e talvolta scomoda.

Questa scelta rappresenta uno dei punti di forza dell’opera, perché rende accessibili temi psicologici e relazionali che altrimenti potrebbero apparire astratti. L’autrice procede per riflessioni, esempi e sollecitazioni, trasformando il libro in un percorso di consapevolezza più che in un saggio tradizionale. La sua capacità narrativa non consiste tanto nel raccontare una storia unica, quanto nel dare forma a esperienze riconoscibili: la paura di sbagliare, il desiderio di essere scelti, la difficoltà di dire no, il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è l’idea che la libertà non consista nel diventare invulnerabili al giudizio altrui. Nessuno, probabilmente, smette davvero di desiderare l’affetto o la stima degli altri. La libertà comincia quando riconosciamo che il loro giudizio non può essere l’unica autorità sulla nostra vita.

In questo senso, “non piacere a tutti” non significa diventare egoisti o indifferenti. Significa accettare che ogni scelta autentica comporta la possibilità di deludere qualcuno. Chi cambia lavoro, interrompe una relazione, stabilisce un confine o rinuncia a un’immagine costruita per gli altri può essere giudicato. Ma non per questo sta sbagliando.

La vera domanda diventa allora un’altra: preferiamo essere accettati per ciò che fingiamo di essere o rischiare di essere rifiutati per ciò che siamo?

 

Frasi sottolineate

La felicità comincia quando qualcuno ti fa sentire di esistere. … Le persone vogliono essere viste, ascoltate, comprese: tu sei una persona.

 

 

domenica 9 agosto 2026

Alessandro D’Avenia – L’appello (ed. Mondadori Oscar Absolute)

C’è una scena, all’inizio de “L’appello”, in cui un uomo con gli occhiali scuri entra in una classe di quinta liceo e invece di dire «presente» chiede a ogni ragazzo: «Chi sei?». Non è un espediente retorico: è il cuore pulsante di un romanzo che, letto con la giusta disposizione, fa tremare le mani. Alessandro D’Avenia, già noto per la sua capacità di coniugare narrazione e riflessione esistenziale, qui compie un salto ulteriore: trasforma il gesto più burocratico della scuola, l’appello, in un rito di riconoscimento umano.

Omero Romeo, il nome non è casuale, è un professore di scienze diventato cieco. Decide di tornare a insegnare e gli viene affidata una classe “difficile”: dieci ragazzi feriti dalle loro vite, con sogni sbiaditi o distrutti, ognuno con una storia che pesa come un macigno. C’è Elena, che porta il nome della bellezza ma non si riconosce allo specchio; Cesare, detto Ruggine, che parla in rap poetico; Achille, genio del computer, un nerd anche nella fisionomia; Stella, segnata dalla morte precoce del padre; Oscar, che respira solo sul ring; Caterina, Elisa, Ettore, Mattia, Aurora, ciascuno con la propria ferita e la propria luce.

Omero non può vedere i loro volti, così reinventa l’appello: ogni studente pronuncia il proprio nome e racconta cosa lo definisce, qual è il suo orizzonte. Poi si lascia toccare il volto dal professore. È un atto di fiducia radicale: mettersi nelle mani di un altro, letteralmente. Questo rito si ripete durante tutto l’anno scolastico, accompagnando l’evoluzione interiore dei ragazzi mentre si avvicinano all’esame di maturità.

La prosa è limpida, a tratti quasi lirica, ma mai compiaciuta. Alterna diario, meditazione filosofica, allegoria politico-sociale e storia di formazione, creando un mosaico narrativo che riflette la frammentarietà delle vite adolescenziali. La scelta di un narratore cieco non è un espediente melodrammatico: è una dichiarazione di metodo. Omero non giudica dall’apparenza, non si lascia ingannare dalle maschere. Ascolta le voci, percepisce i silenzi, tocca i volti. In questo senso, la cecità diventa metafora di una visione più profonda: quella che non si ferma alla superficie, ma cerca la verità nascosta nel corpo, nei sogni, nelle parole.

In un’epoca in cui i nomi sono ridotti a username, profili social, dati anagrafici, “L’appello” è un atto di resistenza poetica. Ricorda che ogni nome porta con sé una storia, una ferita, una speranza. E che chiamare qualcuno per nome, davvero, è già un atto d’amore.

“L’appello” non è un romanzo da leggere per evadere: è un libro che ti chiede di entrare in classe, di sederti al banco, di pronunciare il tuo nome. Ti costringe a chiederti: chi sono io, al di là delle etichette? Cosa mi definisce?

In un tempo in cui la scuola è spesso ridotta a fabbrica di competenze, D’Avenia ci ricorda che educare significa prima di tutto riconoscere. E che ogni nome, pronunciato con attenzione, è un appello alla vita.

Se cercate un libro che non vi lasci indifferenti, che vi scuota senza urlare, che vi faccia venire voglia di tornare a scuola, o di inventarne una nuova, questo è il libro che fa per voi.

 

 

Frasi sottolineate

La vista è sopravvalutata: gli occhi finiscono per non vedere ciò che vedono sempre, più vedono e meno guardano.

… la disciplina non è qualcosa che io devo ottenere, piuttosto un’abitudine che i vostri figli hanno appreso a casa in questi 18 e più anni di vita. Dipende molto poco da me; se hanno imparato a non imbrogliare, a non fare i furbi, a rispettare le regole non ci sarà alcun problema.

 

 

 

domenica 2 agosto 2026

Hal Elrod – The miracle morning … (trad. Manuel Guerrieri ed. Macro)

 

"The Miracle Morning" di Hal Elrod: una mattina che promette di cambiare la vita

Leggere un libro come "The Miracle Morning" è un’esperienza che assomiglia a un incontro al margine di un bar con qualcuno che, senza enfasi emotiva e con una sicurezza quasi discreta, ti propone una serie di pratiche semplici e ti assicura che, se le seguirai, la tua vita ne trarrà giovamento. Hal Elrod non scrive per stupire con frasi esatte o voli retorici; scrive per convincere, con efficacia da manuale motivazionale e con la testimonianza personale che dà corpo alle idee.

L’ossatura del libro è elementare e intenzionale. Elrod parte da un assunto quotidiano: la qualità delle nostre giornate dipende, in gran parte, da come iniziamo la mattina. Propone dunque una routine. Ogni elemento della routine viene spiegato con chiarezza, corredato di esempi pratici, suggerimenti per adattarlo alle diverse esigenze e, soprattutto, testimonianze che mirano a dimostrare la reale applicabilità del metodo.

La scrittura è più persuasiva che letteraria: usa l’aneddoto personale (la sua storia di resilienza dopo un incidente e altre difficoltà) come prova d’autenticità, molto motivazionale.

"The Miracle Morning" si colloca nella lunga tradizione del self-help americano che fonde psicologia positiva, abitudini comportamentali e racconto autobiografico. Il nucleo interessante non è l’originalità assoluta delle proposte ma la loro messa in sequenza e l’invito alla disciplina quotidiana. In questo senso il libro funziona come una piccola macchina di cambiamento: non promette miracoli istantanei, salvo poi utilizzare il termine “miracle” per sottolineare come la costanza, sommata a semplici pratiche, possa produrre risultati sorprendenti.

Alcune affermazioni mancano di solidi riferimenti scientifici; il lettore attento troverà utile integrare con studi sul sonno, sulla psicologia delle abitudini e sugli effetti dell’esercizio mattutino. Inoltre, la retorica del “metodo unico che funziona per tutti” può risultare eccessiva: la vita personale, le condizioni di lavoro, la salute e gli impegni familiari richiedono spesso adattamenti non banali.

Se vi manca una routine e vi interessa sperimentare un protocollo strutturato, se gradite testi che uniscano esperienza personale e suggerimenti pratici, allora lo dovete leggere.



Frasi sottolineate

Tutto inizia con l’accettare la piena responsabilità di ogni aspetto della propria vita e il rifiuto di dare la colpa a qualcun altro.


La vita comincia laddove finisce la zona di comfort (Neale Donald Walsh).