Un libro che non insegna a diventare uno scrittore. Al suo interno
troviamo consigli e suggerimenti ma, per diventare uno scrittore
bisogna avere anche delle doti, e, Murakami, ovviamente ce le ha.
L’autore non lo definisce un libro autobiografico, ma una serie di
appunti.
Appunti che aveva scritto
nell’arco di alcuni anni e che, alla fine, si sono trasformati in
un libro. Il mio giudizio è, purtroppo, condizionato dal fatto che
mi piace come scrive: come rende facile l’esprimere un concetto,
come ci sia un lungo lavoro a monte, lavoro che però dà i suoi
frutti. Sottolineo che alla fine del libro, Murakami, spende un
elogio per i suoi traduttori: del resto, lui stesso è un traduttore
e, di conseguenza, riconosce l’importanza di queste
professionalità.
Frasi sottolineate
Ma come si fa a capire se lo si
possiede o no (il talento ndr)? La risposta è una sola: per sapere
se una cosa galleggerà o affonderà, bisogna gettarla in acqua. È
una metafora, ma pare che la vita funzioni davvero così.
“Se una cosa piace ci si sforza
di farla bene senza lamentarsi”.
Quando si prende l’abitudine di
leggere - e in genere la si prende da giovani - non si riesce a
staccarsene facilmente. Uno può avere a portata di mano YouTube o
dei video 3D, ma appena avrà un po’ di tempo libero (o anche se
non ne ha), correrà subito a cercare un libro.
... se io valutassi un’opera
candidata a un premio e poi qualcuno mi chiedesse: “Be’? E le tue
opere? Credi veramente di valere più degli altri, di avere il
diritto di dare giudizi?” Ecco non saprei proprio cosa rispondere.
Quello che veramente conta è
avere consapevolezza del motivo per cui si studia l’inglese o
qualunque altra lingua straniera (io ci aggiungerei qualsiasi materia
nda). Se questo non è chiaro, lo studio diventa soltanto una
faticaccia.
Se non ci fossero stati i libri,
se non ne avessi letti tanti, probabilmente avrei condotto
un’esistenza più arida e indifferente alle cose.