C’è una rabbia fredda, quasi chirurgica, che attraversa queste pagine. Non è la rabbia di chi urla, ma di chi ha contato, misurato, annotato. È la rabbia di chi ha scoperto che la scuola, quella che dovrebbe essere un ascensore sociale, in realtà è un filtro che respinge i più poveri verso il basso.
Pubblicata nel 1967 dagli alunni di don Lorenzo Milani a Barbiana, Lettera a una professoressa nasce come denuncia collettiva: la scuola italiana degli anni Sessanta selezionava per classe sociale, non per merito. I figli dei poveri venivano bocciati; i ricchi avevano ripetizioni e famiglie che li sostenevano. Il libro non è un romanzo, ma una lettera-atto d’accusa: stile asciutto, dati precisi, voce corale. Gli alunni non si limitano a criticare: propongono una scuola che non selezioni, ma che porti tutti allo stesso livello, dieci ore di studio al giorno, nessuno lasciato indietro.
Ho letto il libro. Ed è difficile essere d’accordo con quanto scritto, e altrettanto difficile contestarlo. La parte statistica sull’influenza del ceto sociale è inattaccabile: ancora oggi chi ha più cultura in famiglia riesce meglio negli studi. Su questo, sessant’anni dopo, poco è cambiato. Ma la tesi che la scuola non offra le stesse possibilità a tutti mi trova meno convinto. La scuola prova a portare avanti tutti: con molti ci riesce, con altri un po’ meno. Non è perfetta, ma non è nemmeno il muro di gomma che descrivono gli autori di Barbiana.
Stesso discorso per i docenti: ci sono insegnanti eccezionali e insegnanti mediocri. Come in ogni professione. La critica alla categoria nel suo complesso rischia di essere eccessiva, anche se è vero che l’indifferenza di alcuni insegnanti ha segnato, e segna, la vita di molti ragazzi.
Eppure, il libro resta uno specchio che ci costringe a guardare in faccia le nostre ipocrisie. Le disuguaglianze persistono. Quando leggiamo che “la scuola non è per tutti”, dobbiamo chiederci: è ancora vero? E se sì, cosa stiamo facendo per cambiarlo?
Perché leggerlo oggi? Perché fa arrabbiare. Perché costringe a pensare. Perché ci ricorda che la scuola non è neutrale: o emancipa, o esclude. E perché, in un’epoca in cui si parla tanto di “merito”, ci obbliga a chiederci: merito di cosa? E per chi?
Una lettura necessaria, anche se non tutte le sue tesi reggono il peso del tempo.
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