domenica 20 settembre 2026

Daniel Pennac - Una lezione d’ignoranza (trad. Yasmina Melaouah, ed. Astoria)

  

C’è una voce, dentro ognuno di noi, che sussurra: “Non sei abbastanza”. È la voce del cattivo allievo, del somaro, di chi è stato etichettato come “ignorante” e ha finito per crederci. Daniel Pennac, in Una lezione d’ignoranza, dà a quella voce un nome, un volto, e poi la zittisce con la forza disarmante di chi ha trasformato la propria ignoranza in pedagogia. Questo libretto, nasce dalla lectio magistralis per la laurea ad honorem conferita dall’Università di Bologna nel 2013 proprio all'autore. È un atto d’amore verso la lettura, verso la scuola, verso tutti coloro che hanno avuto paura di fallire e si sono sentiti soli.

Non c’è una trama nel senso tradizionale del termine, ma c’è un arco narrativo potentissimo: quello di un uomo che riceve un onore accademico e, invece di ringraziare, si interroga. “Ma no, è troppo, non dovevano!”, pensa Pennac. La voce che protesta non è quella dello scrittore celebre, ma del bambino che era sempre tra gli ultimi della classe. Da quel senso di inadeguatezza nasce un ragionamento a spirale: il fallimento scolastico come catena di cause ed effetti (paura dell’errore, vergogna, solitudine mentale), la contrapposizione tra pedagoghi e demagoghi, tra guardiani del tempio e passeur, fino all’elogio della lettura come atto di libertà e di consolazione.

Pennac non racconta una storia: racconta una trasformazione. La sua. Quella di un “ignorante” diventato maestro non perché sa tutto, ma perché ha imparato a trasmettere il desiderio di sapere. E lo fa con una struttura che sembra semplice, cinque capitoli tematici, ma che in realtà è un’architettura narrativa sapiente: ogni sezione è un tassello di un mosaico più grande, un invito a riflettere sul ruolo della scuola, della letteratura, della cultura in un’epoca in cui il sapere è spesso ridotto a merce o a bastone per punire chi non si adegua.

Pennac scrive come parla. O meglio: scrive come vorrebbe che gli insegnanti parlassero ai loro studenti. La sua prosa è asciutta, ironica, a tratti autoironica, mai accademica. Non ci sono giri di parole, non ci sono citazioni ostentate, non c’è la retorica del “grande intellettuale”. C’è la voce di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle l’umiliazione del fallimento e che ora usa quella memoria per accendere una scintilla.

La capacità narrativa dell’autore, già sperimentata nei romanzi della saga Malaussène e in altri testi, qui si manifesta in forma concentrata. Pennac sa dosare i toni: passa dal comico al tragico, dall’autobiografia alla riflessione pedagogica, senza mai perdere il filo. Usa metafore potenti (il “guardiano del tempio”, il “passeur”, la lettura come “farmaco” contro la solitudine) e le rende concrete, quasi tattili. La sua scrittura non chiede di essere ammirata: chiede di essere ascoltata. E, una volta ascoltata, non si dimentica.

Una lezione d’ignoranza non è solo un discorso su scuola e lettura. È un manifesto contro la demagogia, contro la trasformazione degli studenti in “clienti”, contro la cultura ridotta a proprietà privata dei “guardiani del tempio”. Pennac si inserisce in un dibattito più ampio, quello sulla crisi della scuola, sulla mercificazione del sapere, sulla perdita di autorità degli intellettuali, ma lo fa senza toni da crociata. La sua non è una denuncia sterile: è una proposta. Una chiamata alle armi per tutti coloro che vogliono essere “passeur”: curiosi di tutto, lettori voraci, trasmettitori disinteressati del meglio.

Leggere Una lezione d’ignoranza significa lasciarsi interpellare. Significa chiedersi: cosa significa davvero insegnare? Cosa significa leggere? Cosa significa trasmettere? Pennac non dà risposte definitive: offre la sua esperienza, la sua voce, la sua verità. E lascia che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni.

 

 

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