C’è qualcosa di inquietante, e insieme di familiare, in Il cerchio di Dave Eggers (trad. Vincenzo Mantovani, ed. Universale Economica di Feltrinelli). Non siamo davanti a una distopia lontana, fatta di regimi e cinture di sicurezza: siamo in un campus tecnologico luminoso, pieno di palestre, piscine, caffè e promesse di un mondo migliore. E forse è proprio questo a rendere il romanzo così efficace. Perché il male, qui, non arriva ruggendo. Arriva sorridendo.
Mae Holland ottiene il lavoro che tutti vorrebbero: entra nel Cerchio, la più potente azienda tecnologica del mondo, una sorta di ibrido onnipotente tra motore di ricerca, social network, sistema di pagamenti e potere politico. Il Cerchio intreccia mail, ricerche online, contenuti sociali e dati bancari in un unico sistema, con l’obiettivo dichiarato di rendere la vita più semplice, più sicura e più trasparente.
All’inizio Mae è felice. Anzi, più che felice: grata. Il campus è splendido, i colleghi sembrano una comunità, l’azienda le offre persino un sostegno per la malattia del padre. Ma il prezzo si presenta piano piano, sempre con un sorriso. Prima si condivide un po’ di più. Poi si accettano le telecamere. Poi la propria vita diventa uno streaming continuo, visibile a tutti. E la domanda silenziosa che Eggers pone al lettore è semplice e brutale: se tutto ciò che facciamo è osservato, misurato e valutato, quanto resta davvero di noi?
Non rivelerò come si chiude la vicenda. Dico solo che il romanzo trasforma gradualmente l’ascesa professionale di Mae in una suspense inquietante, dove la vera posta in gioco non è tanto la carriera della protagonista quanto la possibilità stessa di esistere fuori dallo sguardo altrui.
Un sogno che somiglia troppo alla realtà
Ecco il punto che mi ha colpito di più. Il cerchio immagina un futuro in cui tutte le attività sono tracciate, tutte le persone sono connesse e ogni parola, ogni gesto, ogni spostamento può essere registrato. Non come punizione, bensì come beneficio. Niente più bugiardi, niente più crimini impuniti, niente più promesse vuote: se tutto è visibile, tutto diventa verificabile. Sembra quasi una società utopica.
Ma Eggers capisce una cosa essenziale: il controllo non ha bisogno di apparire ostile. Basta presentarsi come cura. Basta dire che serve a proteggere i bambini, a combattere la criminalità, a rendere le persone più oneste. Il confine tra “far del bene” e “abdicare alla propria privacy” diventa così sottile da sembrare inesistente. E quando qualcuno chiede di poter restare invisibile, la risposta del Cerchio è già pronta: se non hai nulla da nascondere, perché temi la trasparenza?
Ricorda qualcosa, vero? Non è difficile pensare ai social network, alle app che conoscono i nostri spostamenti, ai dispositivi che ascoltano, alle piattaforme che trasformano preferenze e paure in dati. Eggers non scrive una profezia fantascientifica: scrive un romanzo-specchio. La sua azienda fittizia assorbe ciò che oggi riconosciamo nelle grandi piattaforme digitali, portando la loro logica fino alle estreme conseguenze.
Il cerchio non è soltanto la storia di un’azienda che spia il mondo. È una riflessione sulla libertà, sulla democrazia e sul diritto di avere un io non pubblico. Eggers mostra che la privacy non è un lusso da narcisisti, né un riparo per chi ha qualcosa da nascondere: è lo spazio in cui possiamo pensare, sbagliare, cambiare idea, amare e dissentire senza essere immediatamente trasformati in contenuto.
Il romanzo ci chiede una domanda che non possiamo più rimandare: siamo disposti a consegnare la nostra vita intera a un sistema privato in cambio di comodità, sicurezza e connessione? E soprattutto: chi controlla chi controlla? Perché quando un’unica azienda diventa custode delle informazioni, delle relazioni e persino della verità, il confine tra servizio pubblico e potere assoluto diventa pericolosamente labile.
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