domenica 27 settembre 2026

Quando le parole smettono di dire

  

Giuseppe Culicchia – E finsero felici e contenti (ed. Feltrinelli)

 

 Ci sono libri che raccontano una storia e libri che, mentre la raccontano, provano a capire in quale lingua stiamo vivendo. E finsero felici e contenti di Giuseppe Culicchia appartiene alla seconda categoria. È un libro che parte dalle inquietudini e dalle contraddizioni della contemporaneità, ma finisce per interrogare qualcosa di più profondo: il modo in cui le parole descrivono la realtà, la deformano o, più semplicemente, la rendono imcoerente.

Il titolo contiene già una promessa ambigua. Richiama la formula rassicurante delle fiabe, quel “e vissero felici e contenti” che chiude ogni conflitto e consegna al lettore un mondo finalmente ordinato. Ma qui quella formula viene incrinata. La felicità non è un approdo garantito, il lieto fine non è una certezza narrativa e il verbo “finsero” introduce subito una distanza tra ciò che appare e ciò che è. Dietro la superficie delle dichiarazioni, delle convenzioni e delle frasi prefabbricate, resta una domanda: quanto della nostra vita è autentico e quanto, invece, è una rappresentazione che continuiamo a sostenere per abitudine o per necessità?

Una lingua viva cambia, accoglie termini nuovi e si adatta a esperienze inedite. Il problema nasce quando il cambiamento diventa un alibi, quando la novità lessicale sostituisce la precisione e la complessità viene semplificata in uno slogan. In quel caso il linguaggio non amplia il pensiero: lo restringe.

Culicchia mette in discussione la recita del “vissero felici e contenti” senza proporre una morale alternativa altrettanto rigida. Non dice che ogni felicità sia falsa, né che ogni convenzione debba essere respinta. Suggerisce piuttosto di osservare con maggiore attenzione il confine tra ciò che proviamo e ciò che dichiariamo di provare. In quel confine si trova una parte essenziale della nostra libertà.

E finsero felici e contenti è un libro stimolante perché non si limita a raccontare le parole: chiede al lettore di verificare il proprio rapporto con loro, con le aspettative, la forza sta nella capacità di trasformare termini quotidiani in occasioni di riflessione. Culicchia non vuole soltanto intrattenere, vuole mettere il lettore nella condizione di sospettare delle parole troppo facili e delle conclusioni troppo ordinate.

 

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