domenica 26 luglio 2026

Federica Manzon – Alma (ed. Narratori, Feltrinelli)

  

Alma di Federica Manzon è un romanzo che avvolge il lettore con la stessa lentezza e precisione con cui si scarnificano vecchie verità. La voce narrante non cerca clamori: procede per osservazione, per accumulo di dettagli che poi, come in un processo, finiscono per costituire un quadro morale inatteso e insieme inevitabile.

La trama segue due vite nate e cresciute nella dissoluzione della Jugoslavia, il lungo crepuscolo che precede e accompagna la guerra. Alma e Vili attraversano quell’epoca, dall’infanzia all’adolescenza, poi all’età adulta, come due soggetti investiti dallo stesso destino storico ma incapaci di parlarsi davvero. Sono specchi deformanti: si riconoscono nell’altro a tratti, lo evitano in altri, eppure l’attrazione che li lega funziona più come legge fisica che come scelta consapevole. Manzon non indulge in melodramma; piuttosto costruisce una tensione fatta di silenzi che pesano come sentenze, e gesti minimi che battezzano l’appartenenza.

Il romanzo sceglie la concretezza. Le descrizioni del luogo, della famiglia, della memoria collettiva, la normalità che si incrina, il quotidiano che si trasforma in campo minato, sono rese con mano ferma. I dialoghi, scarni, assomigliano a interrogatori in cui gli imputati sono sentimenti e colpe. Non c’è un eroe manifesto: c’è la responsabilità diluita, colpa che si deposita come polvere sulle azioni di ogni giorno. Questo sguardo sobrio genera empatia senza commiserazione, una qualità rara quando si raccontano le tragedie collettive attraverso storie intime.

Alma e Vili sono tratteggiati con misura. Vili porta in sé la tensione tra desiderio di appartenenza e bisogno di fuga; Alma incarna la difficoltà di nominare il passato senza farsene schiacciare. La loro incomunicabilità è il vero cuore del romanzo: parlano attorno al nucleo delle cose, evitano il nome preciso della sofferenza, eppure la storia pulsa nelle omissioni.

La guerra entra nella vita dei personaggi non esplode come colpo di scena, ma si insinua: logora relazioni, svela fragilità, trasforma scelte minute in decisioni definitive. È una rappresentazione della storia come condizione esistenziale piuttosto che come scenario esterno.

Se il romanzo ha un limite, è forse una certa lentezza e freddezza che può allontanare chi cerca pathos immediato. Ma quella freddezza costringe il lettore a guardare, a ricostruire, a prendersi la responsabilità del giudizio.

 

Frasi sottolineate

Ricordati che i politici che hanno scatenato questo finimondo hanno fatto proprio così, sono andati indietro a guardare il passato e l’hanno ricostruito come volevano loro. Chi controlla il passato può controllare il presente.

 

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